Oppenheimer, Nolan e Calvino: Lezioni Hollywoodiane

Calvino aveva ipotizzato il futuro, il nostro presente; Oppenheimer ci parla del passato, dal presente. Tra letteratura e cinema, abbiamo creato dei paralleli tra due testi che si scoprono affini

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La prima edizione delle Lezioni americane di Italo Calvino uscì postuma, nel maggio del 1988. Quattro anni prima Calvino era stato ufficialmente invitato all’Università di Harvard a tenere le Charles Eliot Norton Poetry Lectures. Si trattava di un ciclo di sei conferenze, dove il termine “Poetry”, significava in quel caso ogni forma di comunicazione poetica – letteraria, musicale, figurativa. Il tema che Calvino scelse di trattare fu: “alcuni valori letterari da conservare nel prossimo millennio”. 

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Prendendo ispirazione dalla libertà che concede il termine “Poetry”, cercheremo di tratteggiare le affinità, le consonanze e le corrispondenze tra le proposte di Calvino, destinate proprio ai nostri tempi, e uno dei film più premiati, più “articolati” e più sorprendenti dell’annata agli sgoccioli, Oppenheimer. 

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“La fantasia è un posto dove ci piove dentro” dice Calvino parafrasando Dante, nell’excursus dedicato alla “Visibilità”. Ha inizio proprio così l’opera di Christopher Nolan: la prima inquadratura del film sono gocce di pioggia sul bagnato. Formano le onde, la perturbazione che si propaga dal centro verso l’esterno. Inquadrato dal basso, vediamo un giovane J. Robert Oppenheimer, assorto a contemplare questa immagine. In un montaggio che, da subito, si sussegue furiosamente (più tardi parleremo proprio dei principi di “Rapidità” e “Molteplicità” espressi nel film), vediamo il processo di fusione nucleare, la reazione che avviene nel sole e nelle stelle. Il dualismo dell’onda-particella, caratteristica fondamentale della teoria fisica della meccanica quantistica, viene espresso, così, in immagini. Dove siamo? Siamo nella mente dello scienziato. 

Più discorsi ci sembrano rilevanti in questo incipit: troviamo l’ “Esattezza”, definita da Calvino, tra le altre cose, come “un’evocazione icastica”; la “Rapidità”, “un disegno a zigzag che corrisponde a un movimento senza sosta”, “un incantesimo che agisce sullo scorrere del tempo, contraendolo e dilatandolo”; e, ancor di più, l’idea di immaginazione, indagata in “Visibilità”: “l’immaginazione come strumento di conoscenza o come identificazione con l’anima del mondo?”, oppure, “come repertorio del potenziale, dell’ipotetico, di ciò che non è né è stato né forse sarà ma che avrebbe potuto essere.” 

Ancor prima di entrare nella storia, Nolan si ricollega al mito greco: Prometeo rubò il fuoco agli dèi e lo diede agli uomini, per questo fu incatenato ad una roccia e torturato per l’eternità. Se il confronto tra il titano e lo scienziato può infastidire, è anche vero che c’è un’importante dose di letteralità in questa analogia. Il fuoco degli dei è proprio la reazione nucleare che Oppenheimer “ruba” all’universo per creare la bomba: la fusione nucleare. “La lezione che possiamo trarre da un mito sta nella letteralità del racconto, non in ciò che vi aggiungiamo noi dal di fuori.” 

L’esplosione che vediamo nel film, Trinity, il test nucleare che si pone come un vero e proprio spettacolo, viene osservata attraverso un filtro: gli scienziati indossano degli occhiali per non danneggiare la retina. Come Perseo (l’eroe di cui Calvino tesse gli elogi affrontando il discorso sulla “Leggerezza”), il Prometeo di Nolan “spinge il suo sguardo su ciò che può rivelarglisi solo in una visione indiretta, in un’immagine catturata da uno specchio”. Non siamo portati, noi spettatori, a guardare direttamente, in faccia il male; più filtri si frappongono tra la realtà storica e l’esperienza sensoriale che compiamo durante la visione. Il film stesso è filtro che impedisce al nostro sguardo di posarsi con insistenza sulla tragedia umana che resta in qualche modo a margine; spettro che aleggia nei contrappunti musicali e nella coscienza degli spettatori più accorti. 

Anche quando entriamo nel processo immaginativo di Oppenheimer, in preda al rimorso e ai sensi di colpa, le immagini che vediamo non sono una copia conforme della realtà ma della sua immaginazione, fortemente ispirata dalle sue conoscenze scientifiche, certo, ma pur sempre visioni. 

Tornando all’inizio del film, ci troviamo da subito davanti a due linee narrative, denominate: 1) Fissione, 2) Fusione. Nolan sceglie di utilizzare, nel primo caso, il colore, nel secondo caso il bianco e nero. Non ci sono date: il tempo è fluido. La rapidità dei dialoghi non rende immediata la comprensione della ramificazione. Nolan sta affrontando due periodi storici diversi dell’America (che significa due politiche diverse con tanto di nemici diversi), due punti di vista diversi (da Oppenheimer a Strauss) e… due bombe diverse. “Molteplicità” che si articola in tutte le direzioni possibili. 

Calvino cita Gadda: “e sostituire alla causa le cause era in lui una opinione centrale e persistente: una fissazione quasi (…) La causale apparente, la causale principe, era sì, una. Ma il fattaccio era l’effetto di tutta una rosa di causali…” 

Uno dei padri della meccanica quantistica, Werner Karl Heisenberg, è presente soltanto in una scena del film, dove proclama che “Nel mondo quantistico si nasconde ancora un mondo reale dove la causalità è valida, ma queste speculazioni ci sembrano infruttuose”. Si tratta di una citazione tratta dallo studio che il fisico tedesco pubblicò nel 1927, affermando il fallimento della causalità. 

Più tardi, Heisenberg venne smentito. Ciò che ci interessa, però, è la frase da lui pronunciata, che non serve solo a riconoscerlo, ma a indirizzare il movimento del film: “un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato” (“Esattezza”).

Di cosa parla realmente Oppenheimer? 

Il bombardamento di immagini che si susseguono rende questa domanda necessaria e la risposta non così scontata. 

Non si tratta di un film sulla bomba atomica e neanche di un film sulla seconda guerra mondiale; per quanto questi avvenimenti siano fondamentali alla narrazione, “le cause”… Semmai, è un ritratto del Maccartismo ma il vero “prestige” di Oppenheimer sta nel fatto che la sua centralità, la sua causa, si basa su un errore (“il potenziale, l’ipotetico, ciò che non è né è stato né forse sarà ma che avrebbe potuto essere”). 

Nolan fa coincidere il suo disegno narrativo, come fosse un’equazione algebrica, all’errore di calcolo. Ci sono più errori “dell’ipotetico” che partecipano a delineare la realtà. L’inesattezza che portò gli americani a sganciare le bombe su Hiroshima e Nagasaki: “La bomba atomica potrebbe non fare tanti danni quanto i bombardamenti di Tokyo”, dice Enrico Fermi nella riunione decisiva con il Segratario Stimson. 

Ma il vero centro nevralgico, il vero nucleo, ci viene rivelato chiaramente solo nel finale. 

Oppenheimer è un film sulla vendetta e sull’ego. Sono le insicurezze di Lewis Strauss a tessere l’anima del film. Insicurezze tanto accecanti che lo portano ad immaginare una conversazione, tra Oppenheimer e Einstein, contro di lui. Un errore di calcolo. 

Nolan soddisfa completamente il senso di “Leggerezza” auspicato da Calvino: non guarda in faccia la Medusa, la bomba atomica. La inquadra da un filtro, da un risvolto ancor più crudele, ancor più banale di umanità.  

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