#Oscars2017 – Il tempo dei nuovi autori

L’edizione degli Academy Award del 2012 vide il trionfo di The Artist. Il furbo film di Hazanavicius a distanza di cinque anni sembra rientrare già nel novero – abbastanza nutrito in verità se pensiamo a titoli come Shakespeare in Love o Il discorso del re – degli Oscar finiti nel dimenticatoio. Fu un’edizione che al tempo definimmo di restaurazione. Se prendiamo in esame il curriculum dei cinque registi che allora vennero candidati scopriamo che quattro su cinque erano già stati nominati all’Oscar più di una volta. Erano autori affermati come Martin Scorsese, Woody Allen, Terrence Malick, Alexander Payne. Il premio per la miglior regia andò all’unico “esordiente” agli Academy del lotto, Hazanavicius appunto, per un film – ironia della sorte – che strizzava l’occhio al cinema muto, guardando più di tutti al passato.

Passiamo ora all’edizione di quest’anno e analizziamo la cinquina dei cineasti. Pochi anni dopo le proporzioni si sono completamente invertite e il ruolo del veterano è ricoperto da un solo nome: Mel Gibson (La battaglia di Hacksaw Ridge) che come regista ha già vinto per Braveheart nel 1995. Gibson è entrato quasi all’ultimo minuto in nomination, superando sul filo di lana due contendenti inediti e poco conosciuti come lo scozzese David Mackenzie (Hell or Hight Water) e l’australiano Garth Davis (Lion). Se uno di questi  fosse riuscito a entrare in nomination, avremmo probabilmente avuto la categoria più inaspettata di sempre.

barry169Gli altri quattro nominati sono infatti cineasti nuovi, anche se di età anagrafica e nazionalità diverse, a partire da Damien Chazelle (La La Land), il grande favorito della serata. È al suo terzo film, ha 32 anni, celebra il musical classico hollywoodiano mettendo dentro un po’ di romanticismo contemporaneo e se dovesse vincere diventerebbe il regista più giovane di sempre a ottenere la statuetta. Potrebbe essere uno dei tanti record di La La Land, che intanto si è già portato a casa quello delle 14 nomination – primato in realtà condiviso con Titanic ed Eva contro Eva.  Barry Jenkins, per parte sua, è un afroamericano di 37 anni che ha diretto finora solo due film e con Moonlight ha realizzato una storia d’amore omosessuale all black che i critici americani hanno amato da subito. Ha vinto il Golden Globe come miglior film drammatico e ottenuto 8 nomination. È l’unico potenziale outsider al film di Chazelle e insieme a Barriere di Denzel Washington e a Il diritto di contare di Theodore Melfi tiene alta la bandiera della riscossa del cinema afroamericano a questi Academy Award.

Anche Kenneth Lonergan – che pure è uno sceneggiatore importante (Terapia e pallottole, Gangs of New York) e non più giovanissimo (classe 1962) – non può certo dirsi un nome affermato dietro la macchina da presa. Compreso Manchester by the Sea la sua filmografia conta tre opere, tutte riconducibili a un cinema indipendente, legato a storie umane ambientate tra provincia americana e classe media. In questa breve lista l’ultimo per ordine alfabetico è il canadese Denis Villeneuve che ricopre il ruolo del cineasta visionario, con uno stile fortemente riconoscibile e allo stesso tempo adatto a quelle produzioni hollywoodiane di cassetta e d’autore allo stesso tempo. La sua prima nomination per Arrival suona quasi come un atto dovuto dopo i precedenti Prisoners e Sicario. E aspettando il sequel di Blade Runner potremmo scommettere che non sarà l’ultima.

Diversi per formazione e visione del cinema Villeneuve, Jenkins, Lonergan e Chazelle quest’anno hanno avuto la meglio sui “vecchi” autori. Questa è un’annata infatti in cui sono usciti i nuovi film di Zemeckis, Eastwood, Scorsese e Spielberg, che messi insieme nella loro storia cinematografica solo come registi hanno collezionato l’incredibile totale di 20 nomination, eppure l’Academy ha preferito altri film e altri nomi. Le loro esclusioni hanno fatto abbastanza scalpore, ma erano nell’aria. Quest’anno sia Hollywood sia il pubblico non hanno mostrato un particolare interesse nei confronti delle loro opere.

È presto per dirlo ma qualcosa forse sta cambiando nelle gerarchie dell’industria e della politica cinematografica americane. Non è neanche detto che i nuovi autori siano più interessanti dei vecchi. Ma i numeri di quest’anno sembrano raccontarci questa storia.