#PerSo2017 – Cinema grattacielo, di Marco Bertozzi

Nella costruzione stessa si avverte il respiro creativo di una generazione (quella dell’autore) che trova ancora le sue fondamenta negli ideali, a loro volta figli di un’arcaica rivoluzione

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A Rimini nel 1957 iniziano i lavori per realizzare un grattacielo con vista mare, progetto dell’architetto istriano Raoul Puhali. All’epoca in cui fu costruito i suoi 28 piani situati fra il centro storico e la spiaggia erano, in tutta la loro portata, simbolo di modernità e progresso. Marco Bertozzi, documentarista, studioso del cinema e architetto di formazione, si trasferisce a vivere nel grattacielo che ospita nei suoi 180 appartamenti persone di ogni etnia ed estrazione sociale. Bertozzi riprende da subito la sua vita nel palazzo che ci appare come un grande animale preistorico, pregno di piccoli organismi che lo abitano dall’interno, splendente un tempo e ormai decaduto, inevitabilmente simbolo di una certa Italia sventurata.

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Cinema Grattacielo prende il nome di un cinema situato al pianterreno di un altro progetto di Puahali, uno dei tanti piccoli cinema italiani chiusi negli anni. Oltre a fungere come dedica per “tutti i cinema grattacielo”, il titolo di questo film è prima di tutto parte dell’essenza stessa dell’idea di cinema di Bertozzi, studioso e amante del found footage, e quindi del riciclo delle immagini di archivio; quelle nascoste di film persi e ritrovati ma soprattutto quelle biografiche dei filmini della vita di chiunque. Il grattacielo diventa la vita quotidiana di Bertozzi, entra a far parte della sua biografia, di conseguenza non può non diventare Cinema. Lavorando sulle sue vecchie riprese il regista ci racconta la sua visione del grattacielo, il suo punto di vista e quello degli amici che lo abitavano. La scelta si rivela effettivamente giusta, lo stesso Bertozzi, in una ripresa in cui parla con un vicino senegalese, si chiede in voce off come non apparire esotico (in un certo senso forzato) nel raccontare quella realtà che non gli appartiene. In effetti anche questo scaturisce dall’essenza del found footage: quella di non costringere le immagini in una narrazione forzata, e quindi della loro capacità di esistere prima di una sceneggiatura preesistente. Bertozzi non impone a se stesso un cinema di denuncia sociale, ad esempio sulla vita degli extra comunitari nel grattacielo, perché non gli appartiene, perché le immagini della sua vita non lo portano in quella direzione.

Raccontano invece con una certa grazia un’atmosfera ingenua e malinconica, che emerge dai capodanni con gli amici e nelle immagini ancor più antiche della bella Rimini nei suoi anni d’oro. Nella costruzione stessa di Cinema Grattacielo si avverte il respiro creativo di una generazione (quella di Bertozzi) che trova ancora le sue fondamenta negli ideali, a loro volta figli di quelli di un’arcaica rivoluzione. L’ideale stesso, a pensarci, si nutre della stabilità della fede da cui scaturisce, che si riversa inevitabilmente in Cinema Grattacielo.
Se si volesse obiettare qualcosa a questo documentario sarebbe questo, ossia quello di non saper rinunciare alla stabilità rassicurante di un classico scheletro narrativo…La voce off di Bertozzi ad esempio, ma anche del grattacielo che si racconta e che racconta di quanto, dopo ormai 50 anni di vita, si senta stanco e appartenente a qualcosa di spento.

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