Philip Seymour Hoffman, il ricordo di un amico

Perché l'arte vera ha a che fare con il senso di colpa e il desiderio… diciamocelo, tu hai un grande vantaggio. Io sto sempre a casa, sono uno sfigato, e l'unica moneta valida in questo mondo in bancarotta è proprio ciò che scambi con un altro quando sei uno sfigato. Senti il mio consiglio: so che li consideri tuoi amici, ma se vuoi essere un vero amico per loro, sii onesto e sii spietato…” – Philip Seymour Hoffman in Almoust Famous (2000)

È veramente difficile parlare quando se va un amico. Quando nei tuoi confusi ricordi su vent’anni di epifanie visive regalate da quel fantastico detonatore di sogni che è (ancora) il Cinema, beh, ti accorgi improvvisamente che un volto torna spesso, all’inizio nelle retrovie, poi pian piano sempre più in “campo”, perché a essere mossi da sensi di colpa e desideri si ha innegabilmente un gran vantaggio. Alla fine quelli forti siamo noi, diceva Philip Seymour Hoffman in quel magico film del 2000. E forse ha ragione lui, chissà, ma per ora si può dire solo che il 2 febbraio 2014 prima che un immenso attore se n’è andato un amico per molti di noi. Ed è straziante e bellissimo il fatto che ci si senta improvvisamente orfani di una persona, in carne e ossa, prima che di un divo irraggiungibile sul grande schermo. Tanto “i film e le canzoni continueranno a essere fatti”, I love Radio Rock per sempre, e continueremo a vederti su mille schermi e piattaforme, a chiamarti The Master o Phil Parma, e forse prima o poi capiremo addirittura che avevi ragione tu, i più forti siamo noi, ma ora è solo il tempo del dolore. Ciao Phil.

La prima volta che il faccione rubicondo e magnetico di questo strano attore (sbarcato sin da ragazzino nella metropoli New York) ha rubato la scena a qualcuno è successo nel 1992, Scent Of a Woman, quando il timido e impacciato Chris O’Donnell si trovava letteralmente in balia della mastodontica perfomance di Al Pacino, ma anche di un “cattivo compagno di scuola” che in poche scene s’insinua come presenza nascosta e perturbante del film. L’unica scheggia impazzita in un copione di ferro. Il giovane Philip Seymour Hoffman impone già la sua fisicità prorompente, la sua smaccata diversità dai canoni comuni (incarnati proprio da O’Donnel), rimanendo tatuato nella memoria dei tanti spettatori di quel film. Inizia da lì una delle carriere attoriali più interessanti, “alte” e complesse degli ultimi decenni di cinema americano. Una recitazione sempre al limite, pericolosamente bipolare nei suoi spaventosi impeti di rabbia alternati ad abissali silenzi, mutuata chiaramente dalle stagioni magiche dei Brando/Dean e poi dei Pacino/De Niro, scrostata però dall’aura mitica di quei tempi. Perché i personaggi di Phil spesso se restano a casa, da sfigati, e trasmigrano i lancinanti dilemmi dei mitici anti-eroi all american nelle quattro mura di povere e comuni abitazioni suburbane.

Impossibile non partire da Paul Thomas Anderson. Forse il regista/amico che a partire da Sydney (in un piccolo ruolo) ha portato Philip Seymour Hoffman a sperimentare selvaggiamente i limiti emotivi dei suoi personaggi, anche i più piccoli, proprio nel grosso privilegio concessogli di essere spesso un “non protagonista”. E allora il fonico omosessuale di Boogie Nights, innamorato della star del porno Mark Wahlbergh, è un fiume in piena di umanità nascosto dall’inarrestabile sarabanda postmoderna di quel film. Fragile anima che si conquista il primo piano solo per la capacità di Phil di disegnare una tortuosa parabola emotiva in poche pennellate. E arriviamo al timido e represso infermiere Phil Parma di Magnolia che si scioglie sul letto di morte di un “padre” acquisito (Jason Robars, immenso caratterista del cinema amercano che fu, in una sequenza che sembra sul serio un passaggio di consegne) e che trova la forza di lottare contro un ruvido fratello “acquisito” di nome Tom Cruise. Vincerà Phil, e noi con lui. Pochi schizzi di colore sulla tela dei film, pertanto (come il dripping di Pollock preso in giro ne Il Grande Lebowski dei Coen, con l'indimenticabile assistente tuttofare Brandt), e il suo volto sofferente ci ha conquistati, “perché la vera arte ha a che fare con roba come il senso di colpa, il desiderio”. Cose così.

L’altra faccia andersoniana di Phil è quella della rabbia. Come nel comico e raggelante cameo in Punch Drunk Love (apici recitativi nel ping pong con Adam Sandler) o nel punto d’arrivo di una carriera: The Master. Lancaster Dodd, i suoi wellesiani primi piani, il corpo-America che emana fascino, rabbia repressa e bugie spacciate per verità. Un coacervo di sentimenti nascosti e traboccanti, in cui tutti gli enigmi rilanciati dal cinema di Anderson vengono calamitati dai minimi moti del volto di Hoffman, che come un pianista consumato ci sciocca con la sua performance. Mesi dopo la visione del film, Lancaster Dodd e i suoi enigmi ci accompagnano ancora.

E poi l’abisso. Happiness di Solondz o Synecdoche New York di Kaufman, pochi attori hanno portato il sentimento della depressione a tali livelli di violenza e radicalità emotiva. Un sentimento che diventa dignitoso e misurato in Capote di Bennet Miller (ruolo che gli è valso il premio Oscar come migliore attore), dove Phil sfodera il suo lato più camaleontico e trasformista.

I sorrisi, poi. Attore capace di donare sprazzi di ilarità in commedie riuscitissime come E alla fine arriva Polly o La famiglia Savage e ancora di diventare lo spietato e spettacolare cattivo che contrasta Ethan Hunt (ancora con Tom Cruise, ma anni luce lontano da Magnolia) in Mission Impossible III. Infine: le sospensioni. Philiph Seymour Hoffman spezza(va) costantemente il ritmo regale della sua “perfetta” recitazione con improvvise e inspiegabili sospensioni, sbavature che restituiscono un’umanità nuda e in tempesta dietro quell’immagine, tanto da farlo spesso apparire il personaggio “che non capisce mai un cazzo” come gli urla Barry Pepper ne La 25° ora di Spike Lee. E sì, proprio in quella magnifica scena dove Phil si volta verso le macerie di Ground Zero e dalla sua semisoggettiva si schiude l’abisso dove saremmo piombati tutti noi nell’ultimo decennio. No, non andrà più via la soggettiva di Phil, il suo modo di guardare le cose e la vita, sopravviverà al dannato vizio oscuro che se l’è portato via. Se dovessimo sintetizzare in poche parole la grandezza di Philip Seymour Hoffman probabilmente diremmo solo: è un attore che non va via con la fine dei film. Come un vero amico.

Risposi al telefono, era il mio patrigno Joe Capote che mi diceva che mia madre era morta. Volai subito a New York, completamente sconvolto, quando arrivai all’appartamento capii che Joe era combinato anche peggio di me. Mi afferrò la mano e disse: 'parla…di qualsiasi cosa, non ti preoccupare se la cosa mi interessa o no, tu parla. Così almeno non crollo.' Non ce la faceva a restare solo con i suoi pensieri. Gli faceva troppo male”.