"Quando meno te lo aspetti" di Garry Marshall

Nel cinema, nella vita, nell'emozione di continuare ad amare, si fa avanti la leggerezza sublime di uno stile che tramuta tutto quello che tocca in slancio aereo e delicato, fragrante e sottile, palleggiando ombre e luci, chiarori e bui improvvisi.

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Le parole che non ti ho detto, nel cinema di Garry Marshall. Frasi gettate via, lanciate da una banchina del porto, accumulate nel retrobottega dell'amore, o magari soltanto dimenticate, lasciate dormire nella stanchezza claudicante del tempo. Una bottiglia di promesse infrante e di lacrime asciugate dal mare nel capolavoro di Mandoki/Costner, righe solcate da un corpo d'amore provvisorio ed eterno nel cinema di Garry Marshall e in questo suo ultimo lancinante Quando meno te lo aspetti. Sono le dichiarazioni d'amore scritte di una donna (la sorella deceduta della protagonista, Kate Hudson) innamorata della vita, l'ultimo battito d'ali del desiderio di esserci comunque, nella vita come nella morte. E il cinema di Garry Marshall ridà vita a questi dolcissimi fantasmi d'amore che ce lo hanno fatto adorare in Pretty Woman (vi dice niente un certo Helizondo, peraltro presente anche stavolta…), così come in Paura d'amare (Pacino e la Pfeiffer, certo, ma uniti davanti alla salma di una vecchia amica della protagonista che battezza, presente/assente, la loro unione), per non parlare delle spettrali e sbilanciatissime fughe d'amore dello splendido Se scappi ti sposo…Nel cinema, nella vita, nell'emozione di continuare ad amare, si fa avanti la leggerezza sublime di uno stile che tramuta tutto quello che tocca in slancio aereo e delicato, fragrante e sottile, palleggiando ombre e luci, chiarori e bui improvvisi, lungo le strade di una favola che esce fuori dalla tragedia inaspettata. La telefonata che preannuncia la morte (la Hudson a tavola con le amiche mentre scoppia in lacrime), la corsa a casa, la stanzetta corredata da un lutto profondo, ma non terminale, ed ecco che Marshall si riavvicina miracolosamente alla leggiadria fuori da ogni tempo del Silberling di Moonlight Mile, combinando pianto e stupore di fronte alla sagoma di una vita che si rinnova nel dolore. E allora non c'è quasi più tempo per rielaborare nulla, non c'è contemplazione dell'andato che tenga, ma il corpo esile e bisognoso d'affetto di tre bambini (figli della donna morta) che mandano a monte una vita, ridefinendola e spiazzandola. Sotto una luce che non può non ricordare quella flebile e fantastica del Jersey Girl di Smith, Marshall si inventa così un nuovo cinema, corpi nuovi e ci travolge con una ballata passionale e malinconica che cattura esplosioni di tenerezza assolute (il cameriere del ristorante che intona la canzone di buon compleanno all'orsacchiotto della bambina), avvolgendo e scaldando il cinema messo in scena con un pudore e un'intimità da pelle d'oca. Come quando, nel finale, fa uscire allo scoperto i graffi d'amore sedimentati nel vento (la lettura della lettera/testamento), rubandoci per un breve, infinito attimo le immagini dagli occhi. Volate via, nella favola di un cinema lirico e segreto.

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Titolo originale: Raising Helen


Regia: Garry Marshall


Interpreti: Kate Hudson, John Corbett, Joan Cusack, Hayden Panetttiere, Spencer Breslin


Distribuzione: Medusa


Durata: 119'


Origine: USA, 2004


 

 

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