#RomaFF10 – Ouragan, l’odyssée d’un vent (Hurricane 3D) di Andy Byatt e Cyril Barbançon

Sono un tiranno ma obbedisco alle leggi della natura … Spiro, riciclo, mi intensifico… Io sconvolgo le vostre certezze. Distruggo senza sentimento. Sarei un mostro… se non fosse per il miracolo del mio grande disegno. Introduce così se stessa l’uragano Lucy, raccontata nel documentario Ouragan, l’odyssée d’un vent (Hurricane 3D) di Andy Byatt e Cyril Barbançon, in concorso al Festival del cinema di Roma nella sua decima edizione. Come nei miti cosmogonici – il richiamo alla Grecia classica è del resto già nel titolo – l’uragano ha una propria fisicità: nascendo per caso dalla sabbia del Senegal, solca il mare verso ovest per arrivare carico della sua potenza devastante fino alla giungla caraibica, vorticando per 15000 chilometri e travolgendo tutto ciò che ne incontra il cuore.

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Dopo Profondo blu (2003) e Earth – La nostra terra (2007), Byatt torna ad omaggiare la natura con un affresco in 3D, nel quale affida la propria riflessione sulla dualità delle cose alla potenza delle riprese dallo spazio, realizzate in collaborazione con la NASA e delle immagini; immagini bellissime, semplicemente, e capaci di cogliere finanche l’universo emotivo degli animali che le popolano (uniche quelle che descrivono la perplessità dei fenicotteri e lo sconcerto del camaleonte dopo il passaggio di Lucy e la paura, chiaramente la paura, dei pipistrelli prima che l’uragano arrivi), evocando piuttosto un film d’animazione come Fantasia – che lo precorre di ben 75 anni – con le sue sinfonie. Del resto, già con Earth, Byatt aveva siglato il connubio con la Disney e quanto alla musica, se non proprio sull’orchestra di Leopold Stokowski, la regia punta su un’atmosfera di sicuro impatto con le melodie di Yann Tiersen.

Ma nell’occhio del Ciclope finiscono anche l’uomo e i suoi “costrutti”: crollano le certezze con le mura delle case, risucchiando il passato in un presente dal futuro incerto e di quel passato non rimangono che delle tracce sotto le macerie: un vestito da sposa appeso nel vuoto, una scarpa che probabilmente non ha più traiettoria. Eppure, solo apparentemente annientato nella propria identità, l’uomo prende lenta coscienza del suo essere parte del miracolo del grande disegno della natura, comunque la si definisca: l’uragano ha rotto la sua innocenza regalandogli l’opportunità, unica, di reinventarsi da capo. Il male e il bene –  in fondo – hanno origine dalla stessa fonte. E’ la dualità delle cose. E la sorte dell’uomo non è poi così diversa dalla vita che anima la foresta eterna di El Yunque: le piante che la abitano si contendono la luce che filtra fra gli alberi più alti impedendo ai più giovani di raggiungerla e crescere: il passaggio di Lucy ha sconvolto gli equilibri, ha sradicato e travolto. Ma ha riportato la luce.

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