#RomaFF10 – Truth, di James Vanderbilt

E’ vero, quando Robert Redford non è in scena tutto il film sembra disperatamente guardarsi intorno per scovarlo da qualche parte, anelare ardentemente che l’inquadratura sia ancora una volta tutta per lui, e certo l’attore manda a segno ogni battuta, ogni mezzo sorriso, ogni gesto, soprattutto ogni sguardo che gli è concesso.

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D’altra parte lo storico anchorman USA Dan Rather è con ogni evidenza una figura precisissima per essere illuminata dall’incrocio di riferimenti che l’icona redfordiana incarna con orgoglio e fervore sempre nuovi, e qui gli basta sul serio gettare un paio di occhiate e attraversare per qualche istante l’immagine che senti subito divampare il quadro di quella inafferrabile aura di cinema in estinzione.
Ed è anche vero che Vanderbilt porta a casa in questo modo una buona parte del suo debutto registico, altrimenti viziato da una certa ridondanza nel rimpallo di sottolineature dei dialoghi (si veda soprattutto il modo in cui viene introdotto l’elemento del padre violento di Mary), e da una messinscena compassata al servizio delle performance attoriali (vanno forti anche tutte le facce di contorno, Quaid, l’immenso Keach, Grace, Greenwood…).

Lo sceneggiatore dei due Amazing Spider-man sembra apparentemente riprendere le fila del discorso iniziato con lo script di Zodiac, e anche in questo caso il fulcro dell’indagine dei suoi protagonisti finisce ben presto sepolto dall’ossessione per il codice, il dettaglio formale, il cavillo che confonde verità e falsificazione sotto la burocrazia dell’autenticazione.
La Mary Mapes di una portentosa e spigolosissima Cate Blanchett passa dal voler scoprire la verità sul periodo di leva di George W Bush, lei produttrice di 60 Minutes in pieno clima elettorale del 2004, al doversi difendere dagli attacchi dei media concorrenti e del partito conservatore riguardo la veridicità dei documenti controversi alla base della sua inchiesta: recuperare i caratteri di una macchina per scrivere degli anni ’70 o replicarne formattazioni e spaziature diventa all’improvviso più importante dell’oggetto vero dell’inchiesta, di cui nessuno parla più.

Nel rispolvero assoluto e convinto, malauguratamente non inedito, che Vanderbilt fa dell’intero apparato estetico del cinema da redazione d’assalto, il regista ha il pregio di raccontare un periodo, la metà del primo decennio 2000, in cui il linguaggio dell’informazione inizia seriamente a fare i conti con il citizen journalism, le capacità della rete, i video clandestini con i videofonini.

In questo, comincia ad apparire, titolo dopo titolo, una certa coerenza di fondo al lavoro come produttore di Brett Ratner, che sembra davvero interessato a varare progetti di cinema legati sempre più all’idea di indagine, ricostruzione, testimonianza, pratica processuale: tra Jersey Boys e Black Mass, due film per l’appunto di date e riscontri incrociati come questo Truth, e qualche benvenuta follia come aver supportato Russell Crowe per The water diviner, Ratner sta ora producendo il grande ritorno di Warren Beatty alla regia, con un film su Howard Hughes.
Una coerenza degna forse addirittura del Sidney Lumet protagonista del documentario che Ratner ha prodotto a inizio anno.

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