#RomaFF11 – 3 Generations – Una famiglia quasi perfetta, di Gaby Dellal

Presentato ad Alice nella Città il film con Naomi Watts, Elle Fanning e Susan Sarandon, una storia ruota attorno al coming of age di Ray, nato Ramona, e alla sua “famiglia in transizione”

La storia ruota attorno al coming of age di Ray, nato Ramona, e alla sua “famiglia in transizione”, come dice la tagline americana, che per il pubblico italiano diventa Una famiglia quasi perfetta. C’è forse un retaggio di Fertility Day in questo bigotto suggerire quale sia la perfezione o la convenzione da rispettare. Un elemento di maggiore interesse è costituito dalle protagoniste. Se negli ultimi anni si parla di quanto le attrici over 40 fatichino a trovare ruoli stimolanti, non è il caso di 3 Generations (che negli Stati Uniti si chiama About Ray). Susan Sarandon e Linda Emond qui sono le nonne, lesbiche tardive, per citare il video dello No Choice che spopola in rete. Nemmeno la mamma di Ray (Naomi Watts, che ha co-prodotto il film) assomiglia a tante viste su grande e piccolo schermo. Ha cresciuto il figlio da sola, e la fedeltà non rientra tra le sue prerogative. Oltre a combattere i propri dubbi sulla transizione senza potersi confrontare con nessuno dovrà convincere se stessa e altri che Ray esclude la possibilità di “cambiare idea”, perché essere transgender non è semplicemente un’idea. E dovrà rivolgersi a più di uomo per permettere al figlio di proseguire il proprio percorso secondo i termini imposti dalla legge. Il ragazzo, solo apparentemente immaturo, sa benissimo chi è e cosa vuole: vivere al più presto in un corpo che sente proprio ed essere riconosciuto come maschio anzitutto dai suoi pari. Cosa che non succede con la ragazza che gli piace, e nemmeno con altri compagni di scuola. Nella scena in cui mamma e nonna lo accompagnano a riappropriarsi delle scarpe che ha perso in uno scontro con dei bulli c’è uno dei messaggi più importanti che un giovane lgbt vorrebbe ricevere: gli haters ci saranno sempre, ma ricorda che puoi contare su di noi. Decisamente più graduale sarà invece il coinvolgimento del padre (Tate Donovan) che non sa niente di lui e peggio ancora, ha paura di sapere.

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Mentre nell’interpretazione di Naomi Watts troviamo tutte le ragioni che l’hanno portata a co-produrre il film di Gaby Dellal. Ma Elle Fanning, attrice notevole, non è transessuale, e non è nemmeno un ragazzo. E questo ha attirato alcune critiche. Perché come quasi sempre accade (Dallas Buyers Club, The Danish Girl, Boys Don’t Cry) sono celebrities cisgender – ossia attrici/attori la cui espressione di genere è la stessa riportata dal certificato di nascita – gli unici cui viene chiesto di girare un film a grosso budget su persone trans. In sostanza, come si può pensare che non ci sia un solo attore transgender per tale ruolo? Rimane senz’altro uno degli aspetti su cui l’industria del cinema deve lavorare. E come pubblico dovremmo forse augurarci di vedere scoppiare un caso analogo a quello di OscarsSoWhite che ha costretto l’Academy a ripensare la propria composizione accogliendo un sistema di nuove “quote” rappresentative di minoranze. Senza ancora ricorrere però a una vera politica di diversity management che possa aiutare un cambiamento culturale (interno) più in sintonia con la realtà.

E dire che di persone trans nella tv americana ce ne sono, protagoniste di successo di serie tv che vediamo anche in Europa grazie a varie piattaforme. Laverne Cox (Orange is the New Black, produzione Netflix), ad esempio, è amatissima, e le direzioni dei casting non dovrebbero dimenticare che chi interpreta un ruolo di cui conosce le diverse sfumature saprà (attivista o meno) comunicare la forza della storia in fase di promozione del film, quel momento della vita di un’opera che diversi attori e registi dicono di trovare infinitamente noiosa. L’accoglienza di Tangerine dovrebbe dar pensare.

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