#RomaFF12 – Mudbound, di Dee Rees

Quando penso alla fattoria, penso al fango. Sognavo in marrone”, sussurra mestamente Laura McAllan nell’incipit di Mudbound, film tratto dal romanzo Fiori nel fango di Hillary Jordan che vede alla regia la cineasta statunitense Dee Rees, conosciuta e apprezzata in ambito indipendente per l’esordio nel 2011 con Pariah. Poderosi spazi fangosi si aprono a tratteggiare come un carboncino il confine con il cielo e a segnalare frontiere permeabili tra uomo e uomo, diventando bruna scenografia delle vicende dei possidenti bianchi McAllan e dei Jackson, i loro affittuari neri, nella provincia profonda del Mississippi degli anni Quaranta. Frontiere tanto permeabili da mescolare e impiastricciare ogni cosa, confondendo limiti, regole e rendere possibile l’amicizia tra i due veterani Jamie e Ronsel, appartenenti alle due opposte e separate fazioni di white e colored. Ma siamo nel Sud degli Stati Uniti nello scorcio tra pre e post Seconda Guerra Mondiale, e la terra assorbe e ingurgita acqua fino a non contenerla più e rigettarla, risputarla: terra inospitale di un mosaico culturale ancora da delineare.

mudbound2In un continuo rimbalzare delle redini narrative tra Laura, che dopo aver sposato Henry si ritrova a vivere nella campagna incivile in una convivenza complicata anche dal burbero suocero, il cognato Jamie partito per il fronte, i due coniugi Florence e Hap Jackson che sperano in un futuro migliore per il loro figli, e il loro primogenito Ronsel partito soldato anche lui, Mudbound incastra sguardi paralleli, sovrapposti, incrociati. Tratteggiando con levità gli umori eterogenei di un microcosmo incastonato nella storia, che cova in sé istanze ancora inespresse le quali germineranno nei decenni a venire con le lotte antirazziali e femministe. Ne emerge un affresco vivido e suggestivo, che Dee Rees gestisce con la consapevolezza e la delicatezza di rapide e leggere pennellate, rispettando i tempi e le voci di ciascun personaggio, scrutando da vicino eppure con rispettosa distanza gli animi brucianti dietro gli sguardi o i gesti spesso impotenti dei suoi protagonisti: il loro è un mondo interiore, (auto)riflessivo, stagliato sulla profondità di un orizzonte ancora non chiaramente delineato, compreso, o desiderato. E tutto sommato sembra essere questo lo spunto di maggiore interesse dell’opera di Rees, con il suo indugiare senza forzature retoriche entro uno spazio di non-azione dei suoi personaggi, nel sottolinearne una lenta e cauta acquisizione di consapevolezza che strattona gli schemi precostituiti più in via incidentale che per una pre-coscienza già formata e conscia di se stessa. Il quadro che Mudbound tratteggia tenta l’operazione apprezzabile e complessa di dar vita a una gamma umana variegata e ricca di potenziali infinite sfaccettature. Ma le origini libresche di questa trasposizione cinematografica, fin troppo palesi – con il massiccio ricorso alle voci dei protagonisti in funzione di raccordo-funzionalizzazione della trama -, unita a una tendenza (intellettualmente fin troppo informata) a mostrarci più che a raccontarci una storia intessuta di storie, fiaccano la temperie del film rendendo eccessivamente percepibile lo schermo tra noi e ciò che osserviamo.

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