#RomaFF13 – Butterfly, di Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman

Dai vicoli turbolenti e rumorosi di Torre Annunziata alle spiagge di Rio de Janeiro, ce n’è di strada. Ma è questa la storia di Irma Testa, la prima donna pugile italiana a partecipare ai giochi olimpici, a poco più di diciotto anni. Creciuta nella palestra Vesuviana Boxing di Lucio Zurlo, conquista nel 2015 i mondiali juniores e, poco dopo, gli europei giovanili. Quando Irma si qualifica per le Olimpiadi di Rio, le aspettative sono altissime: il clan azzurro punta al massimo, mentre per la famiglia della ragazza e la comunità di Torre i sogni di gloria sembrano poter finalmente diventare realtà.

Sembra l’ennesimo racconto di successo e riscatto dal fango della periferia. Ed in parte è proprio così. Cassigoli e Kauffman scelgono la strada forse più problematica, quella di ibridare il documentario con la ricostruzione e l’interpretazione, affidandosi alla presenza magnetica di Irma, ma anche alla naturale e struggente capacità comunicativa di Lucio Zurlo, il padre putativo di intere generazioni di ragazzi alla ricerca di un senso e di un destino diverso tra le corde del ring. Sono loro due a dare il via alla storia, con una tenera e divertente scena in cui la ragazza chiede al Maestro di poter guidare l’auto, barando sulla patente. È il mondo degli affetti, ma di lì a poco si aprono le porte dell’avventura. La prima separazione traumatica è la partenza per il centro federale di Assisi, dove seguiamo gli allenamenti di Irma con Emanuele Renzini, il coach della nazionale femminile, fino all’incontro di qualificazione disputato in Turchia. Ecco che interviene il repertorio, molto spesso alternato all’immagine rubata, colta dall’angolo, dalle corde o da un margine della scena. Da quel momento in poi si spalanca tutto un “archivio”, che va dalla presentazione della squadra olimpica da parte dei vertici federali fino alle vecchie VHS di Zurlo. Sono le immagini che, in qualche modo, danno densità al lavoro di scrittura e “finzione”, quelle che certificano la verità dei fatti. Ma che, d’altronde, confermano quella specie di clandestinità di Cassigoli e Kauffman, la loro prospettiva sempre ai margini dell’ufficialità, oltre i documenti della storia e della cronaca. Come mostra la scelta di seguire il match decisivo, il quarto di finale olimpico perso contro la francese Mosselly, in gran parte attraverso il maxischermo di Torre Annunziata e le reazioni del pubblico “di casa”. Ciò che interessa è sì il personaggio “reale” di Irma Testa, ma Cassigoli e Kauffman non ne raccolgono la pura e semplice testimonianza, come da fatto di vita vissuta. Quello che conta, invece, è incontrare una protagonista e raccontare una storia. Che dopo la delusione di Rio diventa una dura ed emozionante parabola sulla sconfitta e il travaglio del negativo, sulla crisi, i dubbi, i problemi di una ragazza che ha sacrificato gran parte del suo tempo e dei suoi legami in nome di un sogno apparentemente infranto. La boxe come specchio della vita, tra i KO dati e subiti, le vittorie ai punti e lo spettro del fallimento. Di sicuro al cinema è sempre stato così.

Quando la butterfly scende dal ring e torna nel mondo, mostra il suo cuore fragile, tra i giri a vuoto, gli smarrimenti, i sensi di colpa per le aspettative deluse, i pomeriggi con le amiche e i progetti di viaggio all’altro capo della Terra. Ma fa venir fuori anche i suoi muscoli, nel modo in cui cerca di recuperare il rapporto con il fratello più piccolo che rischia di smarrirsi tra le strade di Torre Annunziata, o in cui prova a spiegarsi con la madre stanca che spera un’altra vita per la figlia. Su tutti, veglia la dolcezza attenta di Maestro Lucio. “Dobbiamo ridare fiducia alla ragazza”. Il reale combatte con la scrittura, mente l’anima fa a pugni con la paura e la delusione. Ma le piaccia o meno, Irma è una che sa lottare. Torna sul ring, ad allenarsi. In cerca di nuove sfide, conferme, vittorie, speranze. Forza.