#RomaFF14 – Don’t Forget To Breathe, di Martin Turk

Se volessimo cercare dei riferimenti storici che aiutino a comprendere meglio Don’t Forget to Breathe, potremo azzardare che il regista Martin Turk si sia ispirato a Gioventù, amore e rabbia di Tony Richardson e al più recente Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino.

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Del primo lungometraggio citato sembrano tornare a galla tutti quei momenti in cui il protagonista, interpretato da Matija Valant, deve fare i conti – spesso in maniera rabbiosa – con le gabbie impostegli dalla società. Klemen è infatti un adolescente poco incline alle convenzioni, un aspirante tennista che della disciplina sportiva non ne vuole proprio sapere. E allora, come non ripensare al fatto che il lavoro di Richardson, nella traduzione originale del titolo, si chiamava proprio The Loneliness of the Long Distance Runner, e raccontava le gesta di un maratoneta che correva veloce per sfuggire dalle stesse identiche convenzioni di Klemen?
Del Guadagnino di Call Me By Your Name invece Turk parrebbe aver ereditato la capacità di filmare con grazia un’estate caldissima, i pollini che fluttuano nella campagna incontaminata in cui è girato il film, la natura selvaggia tra i monti della Slovenia (sembrano i Balcani raccontati, con lo stesso realismo poetico, da Granice Kiše di Sudar e Mijovič). Don't Forget to Breathe
Potremmo farlo, certo. Potremmo limitarci al gioco delle suggestioni, dei riferimenti più o meno verosimili. Ma un approccio del genere non darebbe minimamente giustizia all’unico vero riferimento a cui attinge il film: l’esperienza autobiografica.
È lo stesso Martin Turk (anche autore della sceneggiatura) a confermare che nelle vicende di Klemen e del fratello maggiore Peter (Tine Ugrin) c’è tanto di personale.
Che poi, quelle estati, quelle scelte dolorose, quegli amori impossibili, sono situazioni che abbiamo vissuto tutti, e forse è per quello che ci sembrano così familiari.

I due fratelli di Don’t Forget to Breathe sono inseparabili, praticamente migliori amici. Poi però Peter si fidanza e Klemen inizia a provare un’irresistibile sensazione di amore-odio nei confronti della donna che le sta portando via il fratello. Ne detesta la capacità di distruggere l’equilibrio fraterno, ma è altrettanto attratto dalla sua femminilità.
Turk riesce a tradurre le tematiche proposte in fase di sceneggiatura in qualcosa di visivamente convincente. Con questo film ritorna sui suoi luoghi d’infanzia e confeziona un’elegia visiva interamente concentrata sul ricordo, sulla capacità di captare suoni, raggi di sole, calure estive.
Del resto, rispolverando Calvino, «a volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane». Col tempo restano solo i ricordi, le immagini più vivide ed indimenticabili. E non serve nemmeno più ricordare con rabbia come suggerivano Osborne e Richardson…

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