BFM37 – Granice, Kiše di Vlastimir Sudar e Nikola MIjovič

Ci sono dei momenti di Granice, Kiše in cui verrebbe da pensare che le montagne riprese da Vlastimir Sudar e Nikola MIjovič siano quelle dell’Appennino abruzzese o  calabrese.

Stessa asprezza dei tornanti, identici i paesini, ormai deserti, una volta invece simbolo di una società dedita alla pastorizia e alle tradizioni arcaiche. La percezione di vicinanza è poi accentuata da quel modo di filmare l’estate torrida in cui è ambientata la storia, raccogliendo dettagli che solo i fortunati abituati a vivere le estati coi nonni in campagna potranno cogliere. Siamo dalle parti di Call me by your name, ma non in senso geografico. Stessa voglia di restituire quel turbamento legato alla calura in un tempo sospeso, di arricchire il formato filmico di sensazioni extravisive, di far annusare  allo spettatore l’odore del fieno, l’umidità della sera. La Penisola è però quella Balcanica.

Un pezzo di terra mai veramente unito dopo la caduta degli imperi, un luogo in cui la stagione socialista è ancora tangibile, vuoi per nostalgia, vuoi perché certi casermoni, Granice Kišeormai ruderi,  continuano a vegliare il territorio senza più incutere timore a nessuno.

Così quando Jagoda, una ragazza di città, torna in quel villaggio sperduto tra i monti per andare a trovare i nonni, si ritrova catapultata in una terra di nessuno. La guerra negli anni ’90 ha finito di dividere quei popoli una volta accomunati da una sola bandiera. Li ha resi talmente assetati di indipendenza che in una delle battute iniziali del film la nonna di Jagoda ammonisce la nipote: «non fare le foto da quella parte. Lì c’è la Croazia». Lo spirito di Granice, Kiše si gioca tutto in questa battuta.

In quel posto sperduto di mondo il confine bosniaco tocca quello serbo e quello croato sancendo una separazione che non fa che dividere terre desolate, in cui l’unica prospettiva di vita è legata all’idea di fuggire. Jagoda allora diventa la vera anima che dà candore a dei luoghi così astiosi. E’ la fata delle montagne che un tempo si credeva vagare di villaggio in villaggio; è il personaggio che pur venendo da lontano riesce a trasmettere una purezza indissolubilmente legata al concetto di «origine, radice». Non a caso studia filosofia. Legge quegli scritti sul populismo di Lacau che già anticipavano l’affiorare futuro dei nazionalismi europei (la sceneggiatura del film è di dieci anni fa).

Per certi versi Jagoda è la riproposizione scenica degli stessi due registi, che lasciano i rispettivi paesi natali per studiare cinema a Londra, ma vi fanno ritorno per raccontare una storia che conserva a pieno lo spirito balcanico. Il recupero in chiave lirica del passato passa per la continua contrapposizione tra nostalgia e progresso, tra moderno ed antico, natura e città. Determinanti sono l’uso di una fotografia sempre geometricamente bilanciata, ma soprattutto il synth pop locale per una costruzione delle sequenze che rimanda a Respiro di Emanuele Crialese.

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