#RomaFF14 – Incontro con Ron Howard per Pavarotti

“Fare un film significa avvicinarsi alla vita di qualcuno, ma con il documentario si parla di tanto materiale da mostrare su quella persona.”

Pavarotti, arriva dopo altri due documentari che Ron Howard ha dedicato al mondo della musica: The Beatles: Eight Days a Week, sul quartetto di Liverppool, e Made in America, sul music festival omonimo fondato da Jay-Z.

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Dopo queste due straordinarie esperienze creative, è stato il produttore Nigel Sinclair a proporre al regista di fare un lavoro sulla vita del famoso tenore italiano Luciano Pavarotti. “Ero un fan dei Beatles, ma non ero a conoscenza di tutti i particolari del loro lavoro; e così è stato con Pavarotti. Ci sono tante persone che non conoscono l’opera, la sua vita e il suo lavoro e allora ho cominciato a leggere e scoprirne tutti gli aspetti straordinari”.

Pavarotti. Il solo nome significa forza, riecheggia nell’aria come una leggenda: artista straordinario, un padre, un marito, un uomo umile e di grande personalità. Per raccontare tutto questo in due ore c’è stato bisogno di un immenso lavoro di ricerca, con tante persone che hanno offerto il loro aiuto nel cercare di elaborare il materiale disponibile o per indagare sull’uomo e sull’artista nell’intimo e nel personale.

Sinclair ha spiegato come questo documentarsi sia stato un lavoro collettivo, possibile solo grazie alle persone che hanno vissuto Pavarotti, che si sono aperte in totale onestà davanti alla telecamera, raccontando gioie e dolori ancora scolpiti nel loro animo.

“53 persone hanno contribuito nella ricerca di materiale e nelle interviste. Ognuna di queste ha cercato di fare del suo meglio, perché tutti volevano raccontare Luciano Pavarotti con grande franchezza e orgoglio. È così che Ron Howard ha trovato l’uomo e l’artista di cui racconta, attraverso le persone.”

Per il regista di Apollo 13 e A Beautiful Mind riassumere una vita intera nel tempo cinematografico stabilito non è mai stata un’esperienza facile, soprattutto quando si vuole raccontare sia la parte creativa e professionale di un’artista sia quella che riguarda il privato, la persona che si nasconde lontano dal palcoscenico.

“L’aspetto più impegnativo è stato ridurre tutto in un unico film. Se si comincia a leggere e a fare ricerche ci si accorge che c’è sempre tantissima roba che si vuole far vedere. Ho scoperto che c’è davvero tanto da imparare su questo grande uomo, ed è per questo che è stato difficile scegliere solo determinati momenti per dare coerenza alla storia e soprattutto rispettare quelli che davvero conoscevano Luciano.”

L’interesse verso la figura di Pavarotti è andato ad amplificarsi man mano che la ricerca proseguiva. Nelle esibizioni del lirico che erano state mostrate in tutto il mondo, osservando attentamente, si può notare che c’erano istanti in cui quando cantava viveva davvero un momento di emozione forte: il regista e il produttore sono partiti proprio da questo punto, da quest’onestà.

“Così abbiamo scelto solo i video di quei momenti, che erano gli stessi che permettevano di vedere il genio artistico senza pari e allo stesso tempo una persona unica, indimenticabile.”

Naturalmente senza il consenso e l’aiuto della famiglia Pavarotti il documentario sarebbe rimasto senza quella parte intima dell’artista che invece viene fuori. Gli eredi hanno sempre difeso molto bene l’operato del maestro, motivo per il quale sulla carta non era un’impresa facile quella di convincerla sulla bontà dell’operazione e dell’omaggio alla persona. Fortunatamente, la famiglia si è fidata.

“Le tre sorelle, figlie di Pavarotti, ci hanno portato in una stanza piena di immagini tutte a colori e in bianco e nero e ci hanno detto: prendete quello che volete. Ecco, questo in genere le famiglie non lo fanno mai. Erano disposti a fidarsi al punto tale da condividere tutta la verità. Ci hanno dato materiale inedito dove emerge un Pavarotti onesto ma anche elementi che ritraggono un Pavarotti non sempre lusinghiero. Nel complesso abbiamo avuto il materiale giusto, quello che rispetta completamente la sua vita.

La storia della famiglia é fondamentale nel documentario su Pavarotti. Ron Howard ha sottolineato come tutti facciamo parte di una famiglia e che questa ci permette di capire noi stessi e il nostro mondo. “Le loro testimonianze sono state molto coraggiose. Dalle interviste si vede il perdono, ma un perdono senza l’oblio, ovvero senza dimenticare il dolore che c’è stato. Io considero queste le lezioni più valide da tramandare al pubblico.”

Ron Howard ha infatti intercettato molto bene questa tematica nel film. “Tutte le famiglie cadono”, come ha sottolineato il produttore. “Ma l’aspetto più importante è che entrambe le famiglie dell’artista hanno parlato con estrema onestà e che, alla fine della sua vita, tutti si sono uniti intorno a lui.”

Pavarotti ha attraversato diverse vicissitudini che hanno condizionato la sua vita, quasi sempre in modo positivo. Il fatto che da bambino fosse quasi morto lo spinse a vedere ogni giorno come un’opportunità. Dallo schermo sembra quasi uscire il suo carisma, quello di un uomo che amava il prossimo più di se stesso, umile, benefattore, che ovunque andasse non dimenticava mai le sue origini: parlava sempre di Modena e viaggiava per i suoi concerti con la valigia piena di pasta e formaggi. Non dimenticava la campagna, e soprattutto non dimenticava mai di sorridere.

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“Aveva questo sorriso da persona carismatica, ma oltre essere un artista e organizzare continui concerti di beneficenza, era un ambasciatore per l’Opera. Uno dei suoi progetti più importanti era voler portare l’Opera alla massa e, a suo modo, lo ha fatto, viaggiando in tutto il mondo e collaborando con pop star e gruppi rock.”

Un’idea che mai è piaciuta ai critici, che lo hanno spesso definito un “traditore” della lirica. Ma che ha affascinato Ron Howard, cineasta a sua volta poco etichettabile, con alle spalle una filmografia estremamente varia. Lui stesso si considera un artista cresciuto per lo più con la vita, con l’esperienza. E in questo il suo lavoro sui documentari ricopre un ruolo molto rilevante che lo arricchisce come essere umano. È lo stesso Howard ad azzardare un parallelismo con Pavarotti, che ammira e di cui ha per certi versi invidiato la vita. Anche lui vorrebbe lavorare sul set, stare con la sua famiglia e poi niente di più: “La famiglia e le persone amiche che hanno visto il documentario hanno detto: ‘È lui! Avete centrato sia l’uomo che l’artista.’ E questo è il più grande complimento.”

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