Rondò Final, di Felice D’Agostino, Gaetano Crivaro, Margherita Pisano

Un attraversamento con mille derive, dalle immagini di archivio alle riprese più recenti, e una fondamentale parte sonora, sulle tracce di Sant’Efisio. In concorso nei documentari del Laceno d’oro

Basterebbe guardare soltanto la scia dei fuochi d’artificio. O le scarpe finite per sbaglio nell’ottica di una macchina da presa, lasciata riprendere a caso, da un oblio, fissata dagli occhi sospettosi dei passanti, perplessi dall’invasione del cinema. Basterebbe perdersi in una delle mille derive di Rondò Final, cavalli, uniformi, contadini, il mare, le fabbriche, il repertorio fantastico emerso dalla ricerca di archivio di Gaetano Crivaro, Margherita Pisano e Felice D’Agostino, arricchita di un tempo girato nel presente per dare un senso di continuità cronologica. Loro sono l’avanguardia di un gruppo molto più ampio, formato per comporre quello che definiscono, nei titoli di coda, un film a staffetta, con il testimone scivolato da un autore all’altro durante il tempo di lavorazione, tra ricerca, montaggio e doppiaggio sonoro.

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Il pretesto è quello di seguire le orme della processione di Sant’Efisio, diffusa soprattutto nella zona di Cagliari ed a Pula, durante un ampio orizzonte temporale, risalire la tradizione fin dove lo permettono le tracce raccolte dalle immagini, centinaia di ore di filmato, ed avere così una rappresentazione, ma forse sarebbe meglio dire la testimonianza, di un rito caro agli isolani. Il lungo arco narrativo aiuta a percepire la continuità quanto a cogliere le differenze, esprime il suo carattere documentale, eppure contiene contaminazioni in territori inesplorati, altri sguardi. Il carattere perlopiù amatoriale del materiale d’epoca lascia davvero sorpresi dalla ricchezza cromatica e dalla cura dei dettagli. Particolari resi evidenti dal confronto con quello più recente, costruito su delle inquadrature più studiate, con una profondità di campo più lunga, ordinata, meno caotica. Resta intatta la possibilità di specchiarsi, riconoscersi, lasciar cadere la cornice e finire in un lago, perdersi nel riflesso dell’acqua, plasmata da una forma indefinita.
L’impatto visivo trova dei contatti soprattutto grazie alle voci: una narrante, il sussurro estratto dal testo I sogni della città bianca di Sergio Atzeni con il suo tono ironico e sferzante. L’altra costruita sulle parole di Frantz Fanon da I dannati della terra, vere chiavi di volta dell’esplorazione. Che arricchiscono di altri piani di lettura il racconto, ed espandono il flusso su nuove figure, trascinato dalla corrente in una dimensione alternativa, sacrale e poetica.

Nei cortei si riconoscono le gerarchie di potere, circondate dalla folla dei fedeli, i suoi simboli esibiti, la distribuzione esattamente stabilita della catena di comando. Ma è solo un inizio, abbandonato quando le strade diventano meno battute e sullo schermo appaiono gli indizi di qualcosa di selvaggio ed ancestrale, ed i volti dei contadini si confondono agli animali liberi di vagare. Ottica speculare, nel suo violento ribellarsi ed agitare gli argini, degli scheletri industriali che definiscono lo scenario contemporaneo della sfilata, le ciminiere ed i gas che profanano il cielo. E lascia intuire, in quello sviluppo da scomunica, l’arrivo di un progresso che non è stato tale, frettoloso come il santo, trasportato a velocità folle. Ma resiste nella sua opera di proselitismo, nella memoria e nei costumi che non conoscono problemi di spazio, dentro un modello deformato con la medesima forza evocativa.

Dopo il passaggio a Vision du Réel e quello al Festival dei popoli, viene presentato in concorso tra i documentari al Laceno D’Oro.

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