Sacro moderno, di Lorenzo Pallotta

Presentato nella sezione Alice nella città, il primo lungometraggio di Lorenzo Pallotta: Sacro Moderno. Un’opera che si prende i suoi tempi e che ha il coraggio di “andare al contrario”.

“Qual è lo strumento essenziale del cinema? Il tempo. La successione cinematografica in relazione al flusso dell’esistenza.”

Pochi giorni fa, dalla sala Petrassi della Festa del Cinema di Roma, Alfonso Cuarón cercava di definire il suo personale paradigma del cinema. Questa riflessione, a pochi giorni di distanza, si dimostra più che mai calzante, una volta terminata la visione di Sacro moderno. Il film, diretto da Lorenzo Pallotta, è stato presentato nella sezione parallela della festa Alice nella città.

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Basta il titolo, scontro ideale tra due concezioni diverse del tempo, a creare un primo conflitto allo spettatore. Sacro moderno è la storia di un borgo abruzzese che sta morendo: sono rimaste poche famiglie, composte per lo più da uomini anziani. Due soli ragazzi rappresentano la nuova generazione.

In questo scenario nostrano combattono due dimensioni opposte del tempo. Da una parte, quella del rito sacro, legata a lente processioni religiose e meticolose macellazioni di agnelli. Dall’altra, quella della modernità frenetica e spettacolare delle auto da corsa e dei fuochi d’artificio. Due binari paralleli che non si intersecano mai se non nella figura di Simone, diciottenne appassionato di Ferrari e Maserati e, allo stesso tempo, radicato nella dimensione spazio-temporale del paese in cui è nato e cresciuto. La macchina da presa di Pallotta segue Simone e i suoi paesani nella loro quotidianità, nelle loro azioni, buone o cattive che siano, senza mai autocompiacersi. Il regista si concentra sui tempi dei gesti e delle parole che riacquistano un preciso significato grazie alla dimensione temporale. La camera cattura il rapporto di profonda empatia tra uomo e animale: qui c’è il tempo per trovare un contatto, fisico e spirituale.

Ma alla base del film di Pallotta c’è soprattutto la ricerca del concetto di Sacro che, a sua volta, implica una ricerca personale del proprio spazio, fisico e interiore. Indagine per la quale è necessario fermarsi, perdersi nel tempo e contemplare se stessi. Ecco che i protagonisti della vicenda, in particolare i due ragazzini, si perdono contemplando il paesaggio montuoso dell’Abruzzo. Ma la loro è una contemplazione personalissima della propria interiorità e identità.

In un’epoca caotica come la nostra, fatta di bombardamenti audiovisivi quotidiani, Pallotta riflette sul concetto di immagine-tempo, creando un’opera che si prende i suoi tempi e che ha il coraggio di “andare al contrario” rispetto ad una contemporaneità sempre più lontana dal “flusso dell’esistenza umana”.

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.6

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.57 (7 voti)
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