Sausage Party – Vita segreta di una salsiccia, di Greg Tiernan e Conrad Vernon

Più passano gli anni e più This is the end si chiarisce come il manifesto programmaticamente sincero di Seth Rogen e Evan Goldberg: tra i mille trastulli che un gruppo di strafumati possa tirare su per passare l’eternità barricati in casa e fuori, fuori la peste, in quel caso il team sceglieva di impiegarsi nella versione DIY del sequel di Pineapple Express, ma avrebbe benissimo potuto provare a girare un porno con gli ortaggi, il cibo, le salsicce, il junk food.


Sausage Party conferma infatti la sfrontatezza assoluta del duo di autori nell’incaponirsi a portare alla realizzazione qualunque idea bislacca e all’apparenza infantile possa passare per la loro mente creativa di adolescenti mai cresciuti (The Interview è d’altronde quasi uno sberleffo politico da atrio scolastico): e in un’operazione del genere, come questo cartoon in CGI, senti sotto le risate e le scorrettezze e le invenzioni nonsense anche quella sottile malinconia di chi sembra ingabbiato in un universo senza uscita, in una situazione di stallo difficile da abbattere.

Ad ogni modo, ecco finalmente il film d’animazione della generazione cresciuta all’ombra di Judd Apatow, con i personaggi – tutti a sembianze falliche e uterine – doppiati da Rogen, Jonah Hill, Paul Rudd, Kristen Wiig, James Franco, Bill Hader, Michael Cera, Danny McBride (si sente anche la vocina della piccola Iris Apatow), e i fiancheggiatori Edward Norton, Salma Hayek, tra gli altri: un pezzo della squadra aveva già prestato le voci ai pupazzetti dello straordinario Lego Movie di Lord e Miller, da cui Sausage Party mutua il concept della dimensione merceologica dello scaffale del supermarket globsle (qui esasperata com’è facile intuire dalla natura di prodotto da mangiare dei protagonisti) da abbandonare per scoprire la vita al di fuori della vetrina, topos puramente pixariano che gli autori qui portano alle estreme conseguenze con il sorprendente svelamento della quarta parete del finale, degno del Joe Dante di Salto nel buio.

In mezzo, il tentativo di alzare la posta della parabola con frammenti impazziti di umorismo yiddish difficilmente traducibile (il campo di concentramento per juices, l’odio/amore tra il bagel ebraico e il lavash arabo…), e la discussissima orgia esplicita di chiusura, in realtà forse il frammento più lucidamente militante mai concepito da Rogen e Goldberg, dove all you can eat diventa all you can fuck, e il gusto della provocazione si sposa con lo gioioso spiaccicamento anarchico e istintivo di una rappresentazione dei bisogni di lussuria indotta e indottrinata (il formidabile istante in cui il protagonista sfoglia le immagini di “impiattamenti” su di un libro di cucina).
Insomma più che alla gloriosa tradizione dell’animazione-scandalo – dal gatto Fritz a El superbeasto – l’esperimento diretto da Tiernan e Vernon sembra quasi un Russ Meyer in CGI, e la Brenda di pane per hot dog ha le movenze esplosive della Lavonia del capolavoro Beneath the valley of Ultravixens.