"SDF – Street Dance Fighters", di Christopher B. Stokes



All'inizio serpeggia il bruciore da tragedia shakespeariana del tradimento tra gli svolazzanti corpi di questi ballerini, le cui uniformi tribali sono di taglie "bigger than life" come la loro voglia di sfondare. Poi la mielosità nella "scandalosa" coppia melò "amico per la pelle-sorella dell'amico" (con l'ipocrisia del fratello losangelino che ricorda quella di un siciliano purosangue!) manda tutta la drammaturgia a scatafascio in infelice contrasto con l'incaponimento, tipicamente stelle e striscie, di voler far apparire a tutti i costi questi giovanissimi come adulti navigati nel mare tempestoso della vita. Una delle vere spine nel fianco del film, infatti, non è solo la meccanica spontaneità recitativa di questi ballerini prestati all'arte attoriale ma la mancanza, al contrario dello straordinario 8 mile di Hanson, del necessario confronto-scontro con le figure adulte (non basta una nonna che redarguisce una volta e coccola/vizia tutte le altre, un padrino sportivo e una mamma-fantasma che viene inquadrata di sfuggita solo durante il gran ballo finale), nonché di un approfondimento delle problematiche nella vita di strada che spinge a legittimare l'illegalità se questa serve a inseguire i propri sogni artistici, il cui raggiungimento "legalizza" di fronte agli unici occhi che sembrano contare: quelli della società. Spira, così, in Sdf – Street dance fighters un'aria di pericolosissima permissività, nascosta sotto le fronde del patinato hollywoodiano che sembra dimenticarsi dell'enorme piaga della criminalità minorile e giovanile negli Usa. Quindi: se i corpi geniali di Barishnikov e Nureyev seguivano regole ferree per disegnare e scolpire col corpo magiche architetture d'evanescenti aereità, quelli altrettanto pulsanti degl'indisciplinati David e Elgin ti prendono per mano e ti conducono in dimensioni diversamente incantate, ma la criminalità (seppur solo suggerita e lasciata in secondo piano) come "mezzo" per accedervi è un prezzo troppo alto. Comunque sia, piacevolmente sostenute da un'efficace colonna sonora capace anche di sorprendere per un attimo proponendo un'arrischiata versione hip-hop della beethoveniana "per Elisa", le acrobazie di questo free-style che trasmuta in break-dance ed in altre indefinibili danze che nascono e respirano sull'asfalto bollente delle strade sono impressionanti, e nonostante i "bianchi" (e cattivi) perdano, la performance solista più stupefacente è di una comparsa d'origine caucasica che, per qualche decina di secondi, sfida letteralmente le leggi della fisica e dell'anatomia umana, snodando qualsiasi articolazione in possesso con sconvolgente naturalezza e creando figurazione che l'occhio pensava di poter vedere solo in una simulazione grafica del computer. Così se ti accontenti solo del succo e tralasci la polpa… "you got served".


Titolo originale: You Got Served


Regia: Christopher B. Stokes


Soggetto e sceneggiatura: Christopher B. Stokes


Fotografia: David Hennings


Montaggio: Earl Watson


Musiche: Tyler Bates


Scenografia: Maxine Shepard


Coreografie: Dave Scott, Shane Sparks


Costumi: Ca-Trece Mas'sey


Interpreti: Marques Houston (Elgin), Omari Grandberry (David), Jennifer Freeman (Liyah), Jarell Houston (Rico), Dreux Frederic (Rashaan ), Thornton DeMario (Vick), Marty Dew (Marty), Jerome Jones (Sonny), Meagan Good (Beatifull), Steve Harvey (mr. Rad), Christopher Jones (Wade), Michael "Bear" Taliferro (Emerald), Esther Scott (nonna di Elgin), Malcolm David Kelly (Lil' Saint), Lil' Kim (sé stessa), La La (sé stessa), Wade Robson (sé stesso)


Produzione: Marcus Morton, Cassius Vernon Westhersby, Billy Pollina


Distribuzione: Columbia Tristar Films Italia


Durata: 93'


Origine: Usa, 2004