Senza tetto né legge, di Agnès Varda

Potenzialmente infinito, non lo finiremo mai di scoprire. È la poetica dell’esistenza che Varda mette in scena con umanità profondissima. Leone d’oro al Festival di Venezia e César per la Bonnaire.

In un video-saggio sul Neorealismo per la rivista Sight & Sound vengono mostrati, attraverso lo split screen, due montaggi dello stesso film, Stazione Termini, uno ad opera di De Sica, l’altro del produttore Selznick. Un confronto che fondamentalmente evidenzia approcci diversi: il primo più dilatato, che indugia su persone e situazioni; il secondo che si potrebbe definire “essenziale”, includendo con ciò tutte le accezioni della parola. Non a caso la versione per gli Stati Uniti durava tredici minuti in meno e aveva un titolo – Indiscretion on an American Wife – che puntava i riflettori sulla protagonista, Jennifer Jones. Queste scelte non afferiscono solo all’esito del film, ma sono alla base di un’idea stessa di cinema, riguardano cioè la sua natura ontologica, in relazione al modo in cui la realtà viene presentata o rappresentata.

In tal senso il cinema di Agnès Varda è uno sguardo che va oltre gli spazi classici dell’inquadratura, li allarga, mostrando cosa può esserci al di là. Ne siamo ogni volta meravigliati perché i suoi film sono potenzialmente infiniti, non finiremo mai di scoprirli: sono testi aperti sul mondo composti da un’autrice dotata di “pura sensibilità”. Volendo intendere con quest’espressione non un’etichetta di genere, quanto piuttosto uno strumento per conoscere la realtà e i suoi fenomeni, si può vedere come Senza tetto né legge prenda le mosse dalle forme del documentario con la voce narrante di Varda stessa che descrive un caso di cronaca nera, la morte di una giovane vagabonda, Mona (Sandrine Bonnaire), il cui corpo viene ritrovato in un fosso da un bracciante.

Ne ripercorriamo la storia grazie alle persone che l’hanno incontrata – veri e propri testimoni oculari che si rivolgono direttamente alla macchina da presa come se fossero interrogati dalla polizia. Eppure, cosa veniamo a sapere della ragazza? Quasi nulla. Anzi, i personaggi ci parlano più di loro che di lei. Abbiamo Yolande, che fa la domestica per una signora anziana e che sogna l’amore eterno – la sua visione romantica trova riscontro in un abbraccio, quello di Mona con un vagabondo conosciuto qualche giorno prima. Abbiamo la figlia di una contadina, che vede in Mona un ideale di libertà totale, proiettando su di lei il proprio desiderio di fuga. E poi c’è una professoressa universitaria che vive sola e che cura il cancro dei platani – ne ha fatto una missione e illustra dettagliatamente come hanno contratto la malattia e come è possibile salvarli. Ecco il primo sconfinamento del film: sembra un puzzle da ricomporre, ma i pezzi non si incastrano perfettamente, restano dei vuoti che sono riempiti da altro – momenti di vita che scorrono e tutt’al più si incrociano, liberi da forzature.

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Varda procede similmente a come aveva già fatto nel suo primo lungometraggio, La pointe courte, dove alla crisi di una coppia viene giustapposto il villaggio di pescatori con le loro usanze – la regata annuale, i loro problemi – le acque inquinate e la morte che colpisce indistintamente. Qui i ruoli sono invertiti, è Mona a caratterizzare l’aspetto sociale – Varda ha raccolto l’esperienza di una ragazza che, cacciata da molti lavori, aveva fatto della strada la sua nuova casa. Nella scrittura del personaggio, però, quest’elemento viene in parte cambiato: Mona era una segretaria che ha deciso volontariamente di lasciare il posto; perché l’hai fatto? le chiedono – “lo champagne per strada è meglio”, risponde. Ed è una delle poche cose che racconta del suo passato. Mona è diffidente, scontrosa, sporca; non ha la minima cura del suo aspetto o del suo corpo, che concede con indifferenza agli uomini. È un personaggio coraggioso che Varda non sceglie di valorizzare presentandola come vittima; sta allo spettatore farsi un’opinione. C’è una scena in cui Mona subisce violenza fisica; la macchina da presa non si sofferma sull’azione, passa oltre, come le varie carrellate che tracciano questo percorso destinato alla deriva. Sappiamo dall’inizio quale sarà l’epilogo. Tuttavia quando Mona incontra Assoun, un bracciante che pota le vigne, ci sentiamo confortati e per un attimo pensiamo che si prenderà cura di lei. Gli ultimi scorci della sua vita sono invece strazianti: la festa dei pagliericci che diventa un’aggressione, la vinaccia che è color del sangue; la libertà che viene divorata dalla solitudine; il freddo e alla fine il buio. È la poetica dell’esistenza che Varda mette in scena con umanità profondissima. Senza tetto né legge vince il Leone d’oro al Festival di Venezia e Sandrine Bonnaire il César come miglior attrice.

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Titolo originale: Sans toit ni loi
Regia: Agnès Varda
Interpreti: Sandrine Bonnaire, Macha Méril, Stéphane Freiss, Yolande Moreau, Laurence Cortadellas 
Durata: 100′
Origine: Francia, 1985
Genere: drammatico

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (2 voti)
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