Shambhala, di Min Bahadur Bham

Un film dilatato all’eccesso, su una donna in viaggio alla ricerca del marito, che finisce dentro un percorso di rinascita personale. Troppo patinato e illustrativo. BERLINALE74. Concorso

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Il primo film nepalese ammesso in concorso alla Berlinale sembra un depliant antropologico del paese, con i suoi usi ed i suoi costumi, la dieta basilare. Per regista un  altro passo dopo i favorevoli passaggi veneziani dell’esordio con Bansulli (Il flauto) e soprattutto Kalo Pothi (La gallina nera), presentato alla Settimana Internazionale della Critica nel 2015.

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In un villaggio circondato dalle montagne hymalayane, Pema sta per essere data in sposa a Tashi, ma prima dei canti e i giochi d’amore ci sono i cerimoniali benauguranti da celebrare, le raccomandazioni e le promesse, il rituale antico con un copione preciso da seguire. A benedire la loro unione, oltre ai genitori di Pema, ci sono i due fratelli di Tashi, il monaco Karma ed il piccolo Dawa, che sogna un giorno di essere un aviatore e quello dopo di emulare le gesta del fratello più grande. Tashi è una figura importante della comunità come responsabile del commercio con Lhasa, un traffico che che assicura beni di prima necessità barattati con le produzioni locali derivanti perlopiù dall’allevamento. Durante uno dei suoi viaggi nella capitale per lo scambio di merci, gli arrivano alle orecchie dei pettegolezzi circa la fedeltà della sua sposa, e lui dando credito alle voci si rifiuta di tornare a casa. Ripudiando lei e la sua prossima gravidanza, considerata frutto di un tradimento. A quel punto Pema decide di partire per trovarlo, ma il viaggio si trasformerà in un percorso di crescita interiore.

Shambhala ha un ritmo lento, e soprattutto nella seconda parte cerca di trasmettere l’armonia dei luoghi, gli equilibri tra l’uomo e la natura disturbati dalle interferenze terrene. Una sorta di misticismo bucolico che grazie ai suoni diegetici punta ad attivare i punti di forza dell’anima, purificata dal bianco immacolato del panorama innevato e dalla preghiera. La metafora del parto, l’attesa, il travaglio, sono le fasi di una rinascita, che si porta dietro la rottura con una personalità ormai diventata estranea. I tempi della storia sono dilatati all’eccesso, e invece di una rappresentazione fedele si dilunga su aspetti che nulla aggiungono all’insieme, anzi rendono lo sviluppo fiacco e ridondante. Anche le tracce di spiritualità sono affievolite dalla copertina patinata, un aspetto molto  accentuato che rende l’insieme melodrammatico, soprattutto durante la narrazione del matrimonio e della breve vita coniugale. Poi lo sguardo si apre e con la consapevolezza, con le paure, nei passi dolorosi da compiere verso l’avvenire, si spoglia di tutto quel pesante mantello estetico e nelle linee minimali del cielo e della neve trova una resa formale molto più adatta per accostarsi al trascendente di un illustrativo elenco di tradizioni, ed attiva le corde emotive e i sentimenti tenuti troppo a freno.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.2
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Il voto dei lettori
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