"Shutter Island", di Martin Scorsese

di caprio e kingsley in shutter island
Il guaio di un classicista, quando guarda il cielo, non si chiede perché: dipinge il cielo.
Il guaio di un impressionista, di fronte al cavalletto, non sa più chi egli sia,
fermo a fissare il cavalletto.
I ricordi surrealisti sono troppo amorfi e tronfi
e quei pittori macho di downtown son soltanto alcolizzati.

John Cale, Lou Reed
Trouble with the classicists




L'opera recente di Martin Scorsese è sempre più pura scenografia, luogo della memoria attraversato dalle suggestioni cinefile che abitano le visioni del più grande storico del cinema mai capitato dietro la macchina da presa in America.
Da questo punto di vista, complici l'illuminazione e la concezione fotografica dello stesso Robert Richardson,
Shutter Island sembra spartire con il portentoso Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino – ambientato in un periodo storico e in situazioni non troppo dissimili – la concezione di personal journey lungo le stanze di una Storia in cui il passato può essere solo il Cinema, una Storia che è già Cinema e soprattutto viene riconosciuta in quanto tale.
Scorsese non possiede più la furia iconoclasta dell'allievo, ma ha anzi il piglio, ormai puntualmente malinconico e archeologico, di uno sguardo incanalato nelle possenti e mirabili ricostruzioni di Dante Ferretti, che travalicano – forse, mai come stavolta – la funzione di
set per diventare reale veicolo dei riferimenti metacinematografici (qui, come altrove, in Gangs of New York o in The Aviator).
Alla stregua dell'inafferrabile Mick Jagger, inseguito ma sfuggente nella sfida al coperto del palco degli Stones in
Shine A Light (davvero il testo centrale dell'ultima produzione scorsesiana sia doc che fiction) è qui il segno contemporaneo di Leonardo Di Caprio a ribellarsi all'addomesticamento. Attore dalla consapevolezza sempre abbacinante, Di Caprio per tutto Shutter Island ancora una volta si sbraccia, scalpita, si svincola e si dimena nel tentativo impossibile, e in ultimo fallimentare, di autoconvincersi che possa esistere ancora una direzione, la possibilità di una storia che non sia già la Storia, il Passato come unica dimensione accettata dall'ultimo Scorsese.
Eloquente, all'interno di questa dialettica temporale tra 'passato' e 'presente' era la prima vertiginosa mezz'ora del pasticciatissimoThe
Departed: un continuo slittamento tra le traiettorie dei personaggi di Di Caprio e Matt Damon, che parevano davvero appartenere a due film differenti – il primo bloccato immobile nella stanza di Alec Baldwin, e poi costretto a muoversi solo nello spazio dei flashback incrociati con il 'futuro' del personaggio di Damon, quest'ultimo in opposta, costante 'avanguardia'.
Come nel finale di quel film, il Di Caprio/talpa che erode la cupola perfetta, laccata e dorata di Hollywood è scorsese sul set di shutter islanddestinato anche stavolta alla rassegnazione finale, volente o nolente, e all'annullamento conclusivo per mano del
mezzo del futuro.
È
chiaro, dunque, come ci si disinteressi ben presto al grossolano meccanismo messo in moto dal plot di Dennis Lehane (scrittore mediocre, che sul grande schermo – vedi Eastwood e Affleck – deve puntualmente essere 'asciugato' e 'affinato' per funzionare), assolo a schizofrenia progressiva messo in mano proprio a Leonardo Di Caprio, in crescente delirio paranoico, fatto interagire a turno con i pezzi di bravura dell'eccellente cast di contorno (Ruffalo, Kingsley, Von Sydow, Ted Levine, Jackie Rorshach Earle Haley, Elias Koteas…).
Così come divertono sempre meno i rimandi 'scoperti' all'onirismo
noir da immaginario classico (Ulmer, Hitchock, Lang, con un sospetto di omaggio anche alle atmosfere poeiane del padrino Corman), che probabilmente per Scorsese rappresentano invece il motivo e il senso ultimo di un progetto che riesce a stenti a infuocarsi del sincero sentimento melodrammatico che sembra voler – e non poter – far scaturire dalle visioni più dolenti della pellicola.
Ecco, il Cinema di Scorsese sembra ormai aver perso definitivamente la capacità potentissima che aveva di esplodere anche al di fuori dello schermo, di esondare dai confini della sala per mutarsi in un caldo abbraccio condiviso, virando decisamente verso una messinscena tutta interna a una raffinata camera-Storia, di nuovo non troppo dissimile dalla sala cinematografica in cui il regista Eli Roth ammazza Hitler in
Bastardi senza gloria: solo che in Tarantino il fascio dell'immagine viene in questo modo liberato e si spande ancora nell'aria, mentre in Shutter Island la decisione, reiteratamente dichiarata dai 'pazzi' e dal finale (Europa 51?), non può che essere quella di restare internati.

 

Titolo originale: id.
Regia: Martin Scorsese
Interpreti: Leonardo Di Caprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Emily Mortimer, Michelle Williams, Max von Sydow, Patricia Clarkson, Jackie Earle Haley

Distribuzione: Medusa
Durata: 138'
Origine: USA, 2009

 

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    immenso dicaprio, immenso, gli basta uno sguardo ormai per superare lo spazio che sta tra lo schermo e la sala

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    Più che un thriller un melodramma sul dolore reso in maniera magistrale dall'accoppiata Scorsese/Di Caprio. Da vedere.