Smiley, di Michael J. Gallagher

SmileyUna strana leggenda metropolitana si fa strada tra i frequentatori delle chat anonime. Basta scrivere per tre volte “L’ho fatto per divertirmi” al malcapitato che sorride dall’altra parte della rete per far apparire alle sue spalle un serial killer con il volto orribilmente distorto in una smorfia simile ad uno smile. E’ Smiley, appunto, che con un coltellaccio stretto nel pugno macella le sue ignare vittime seminando il terrore nello sguardo di chi, suo malgrado, si è fatto artefice della carneficina. O almeno è quello che Ashley, appena approdata ad un campus universitario dopo una serie di traumi e disturbi psichiatrici messi insieme in maniera piuttosto confusa dal giovanissimo Michael J. Gallagher, crede di vedere attraverso lo schermo del suo portatile. Salvo poi convincersi dell’esistenza di Smiley, quando il serial killer, prima apparentemente solo virtuale, comincia ad assumere un ruolo nella sua esistenza quotidiana e ad abitare nella sua mente. Ne conseguono una serie interminabile di dissertazioni, in parte deformate dall’uso degli psicofarmaci che Ashley va sempre più assumendo, sulla natura del male e sulla possibilità che esso diventi un’entità dotata di vita e volontà proprie. 
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E’ la noiosa programmaticità con la quale porta avanti la sua tesi, la cosa peggiore di questo debole teen horror movie dalle aspirazioni vagamente slasher che, tenendo ben in mente il modello creato da Scream, cerca goffamente di far muovere il suo boogeyman tra visioni alla Nightmare e Candyman. Difatti, mentre cerca in tutti i modi di creare un misterioso alone di terrore intorno al fantomatico Smiley, Michael J. Gallagher non pensa neanche per un attimo che una riflessione sul male perde ogni possibile forza nel momento in cui al male si dà un nome, in questo caso la rete e quell’alterazione relazionale da essa messa in atto che, stando a quando ci dice Smiley, sarebbe diventata una vera e propria tragedia generazionale. E allora non serve a nulla il timido accenno di spiazzamento nel doppio finale che, a ben guardare, il film va preparando furbescamente sin dall’inizio, perchè, per quanto Gallagher tenti di gridare a gran voce tutta la mostruosità di un gioco dove la virtualità apparentemente innocua di un codice binario assume via via la forma di un corpo spaventosamente reale, quello che resta è solo il meccanismo inceppato della paura, che gira a vuoto intorno a personaggi senz’anima.
 
 
Titolo originale: id.
Regia: Michael J. Gallagher
Interpreti: Michael Traynor, Caitlin Gerard, Melanie Papalia, Shane Dawson, Andrew James Allen, Liza weil, Roger Bart, Keith David, Toby Turner
Distribuzione: M2 Pictures
Durata: 100’
Origine: USA, 2012