"Sono sempre stato interessato a un cinema osservativo". Incontro con Andrea Pallaoro

andrea pallaoroCrede che il cinema sia l’arte più potente per arrivare al pensiero del mondo. Andrea Pallaoro, classe 1982, nato a Trento, a 17 anni ha scoperto l’America e ha scelto poi la macchina da presa per interpretarla. Nel suo film d’esordio Medeas (a Venezia 2013 nella sezione Orizzonti, poi una serie di premi, tra cui quello per la miglior regia consegnatogli da Martin Scorsese al Festival di Marrakech) porta la tragedia di Euripide all’oggi che ha le fattezze selvagge della provincia americana. Pallaoro sposta gli elementi, inverte i ruoli: a uccidere i figli è il padre, che mette fine anche alla sua vita.

Abbiamo incontrato il regista a Bari, dopo la proiezione del film e il dibattito con il pubblico coordinato dal critico Giulio Sangiorgio nell’ambito della rassegna Registi fuori dagli scheRmi III, curata da Luigi Abiusi e organizzata da Apulia Film Commission con la webzine Uzak.

 

 

Partiamo da come sei arrivato in America a fare cinema. Cosa c’è stato prima di Medeas?

Ho avuto una passione viva per il cinema sin da bambino. D’estate mettevo su spettacoli per genitori con i miei coetanei, ci lavoravamo tantissimo. Quando ho avuto la possibilità di passare un anno all’estero, al quarto anno della scuola superiore, ho scelto il Colorado. E da lì la mia vita ha preso una direzione totalmente diversa, inaspettata. All’inizio pensavo che sarei tornato presto in Italia ma non è mai successo perché mi sono iscritto a un’Università americana con specializzazione in Cinema, l’Hampshire College. Mi sono laureato lì, ho vissuto un anno a New York e poi mi sono spostato a Los Angeles per un master in regia cinematografica al California Institute of the Arts. Lì ho girato alcuni cortometraggi, e nel 2009, quello per la mia tesi, Wunderkammer, ha avuto abbastanza successo,  partecipando a più di cinquanta festival in tutto il mondo e vincendo anche qualche premio. E mi ha dato la possibilità di conoscere quelli che sarebbero stati  i miei collaboratori, sia i produttori che il team artistico, con cui avrei realizzato poi Medeas. Questo, a grandi linee, il mio percorso finora.

 

 

Com’è nato, allora, Medeas, che sembra molto pensato, “cercato”?  Come sei partito dalle sue “radici”, la tragedia di Euripide, il mondo classico, il mito?

Ho frequentato il liceo classico e ho provato da subito un grande interesse per la rielaborazione greca, ma anche romana, della complessità dell’essere umano. In realtà, non so dire esattamente come sia nata Medeas, certo è che i miti greci mi hanno da subito affascinato, sono diventati molto importanti, e in un certo senso, un rivisitarli in chiave contemporanea mi è venuto naturale.

 


locandina medeasCi sono stati anche fatti di cronaca nera che ti hanno, in qualche modo, orientato?

Sì, assolutamente. Anzi, proprio prima di iniziare la scrittura, ci sono stati diversi casi di figlicidio e mi aveva particolarmente impressionato il modo con cui i mezzi di comunicazione presentavano queste persone come mostri. Considero questa come una delle azioni forse più estreme che possa compiere l’uomo che, tuttavia, continua a far parte della categoria dell’ essere umano, non dell’essere mostro. E, quindi, ho voluto proprio rivedere le ragioni di questo tipo di azioni senza doverle giudicare, ma solo osservarle.

 

 

Come sei giunto invece a spostare la prospettiva, a flettere la tragedia, la figura di Medea al maschile? Ed hai fatto questo pur facendo della madre una figura molto ricca e complessa, che riesce a contenere diversi aspetti di Medea. Questo è molto interessante.

Durante la scrittura della sceneggiatura ho fatto diversi studi sul tema del figlicidio e sono poi arrivato alla conclusione che l’azione di Medea, della Medea che noi riconosciamo, è motivata da ragioni puramente maschili: la vendetta, il controllo. Infatti, le statistiche riguardanti i casi di figlicidio, soprattutto negli Stati Uniti, attribuiscono questo comportamento al padre, non alla madre. La madre arriva al figlicidio per ragioni totalmente diverse, spesso legate a una depressione estrema. Il padre, invece, nella maggior parte dei casi, uccide proprio per il bisogno di controllo, per una sua rivendicazione. Questi studi mi hanno spinto a esplorare un’altra versione di Medea e assegnare questo percorso al padre.

 

 

Di Medea, però, c’è anche molto nella figura della madre. Come hai diviso i pesi, per così dire?

Beh, alla fine le conseguenze e il risultato di queste azioni così radicali nascono dai rapporti: non è solo un essere umano che fa questo percorso, tutto nasce e cresce nella relazione che gli individui hanno tra di loro.

 

 

Medea, nella tragedia di Euripide, è straniera nella di terra di Giasone, parla un’altra lingua. Nel film mi pare che tu abbia voluto radicalizzare questo aspetto nella figura della madre, rendendola addirittura sordomuta.

Sì, sordomuta e straniera anche lei perché ha chiaramente delle caratteristiche sudamericane e infatti Catalina (Catalina Sandino Moreno, ndr) è colombiana. Proprio per risaltare ancora di più questa incapacità di comunicare, o comunque di comunicare rispetto ai parametri dell’altro. Alla base di tutto c’è proprio il desiderio, anzi il bisogno, di comunicare, di arrivare a uno scambio completo e onesto. Ma è impossibile.

 

 

catalina sandino moreno in medeasNella tragedia di Euripide il gesto di Medea è, come abbiamo detto, estremo, ma anche autopunitivo. Forse, però, nel dolore della comune perdita filiale la donna cerca una forma di riavvicinamento a Giasone. Tu fai una scelta molto diversa, da questo punto di vista, perché il padre-Medea uccide i suoi figli ma anche se stesso.

Quello che dici è molto importante, perché credo che nel mio film il riavvicinamento avvenga comunque, anche con la sua morte. Perché è l’unico modo che gli rimane per controllarla. Uccidersi è per lui, comunque, un modo per “contenerla”. Il suo comportamento nasce da un sentirsi escluso, ininfluente nella vita di lei, dunque l’ultima azione che gli rimane è quella di ferirla a tal punto da non lasciarle un futuro o la possibilità di un futuro. Anche se lui si uccide, resta questa condivisione, lei sarà sempre “segnata” da lui.

 

 

Definisci il tuo un cinema d’osservazione. Come e dove nascono queste immagini e quali sono i tuoi riferimenti, i registi che maggiormente ti hanno ispirato o continuano a influenzarti?

Sono sempre stato interessato a un cinema osservativo, che permette allo spettatore di trarre le sue conclusioni e, soprattutto, di rispecchiarsi, riconoscersi e capirsi. Per me è importante instaurare un rapporto di libertà con lo spettatore. Il cinema che dà delle risposte chiare, fin dall’inizio, non mi piace, non offre possibilità. Direi poi che l’autore che mi ha influenzato di più è stato certamente Michelangelo Antonioni, ma ce ne sono tantissimi altri, dai fratelli Dardenne a Chantal Akerman, da Lucrecia Martel a Bruno Dumont. Sono tutti registi in possesso di un linguaggio che riesce ad articolare in un modo molto onesto le loro visioni. Ogni elemento le supporta e questo è fondamentale anche per me, perché è un esercizio nella forma, l’obiettivo vero è proprio fare un cinema che riesca ad aderire nel modo più onesto possibile alla mia visione. Medeas è un film che osserva l’America ma forse con una sensibilità europea. Vivendo negli Stati Uniti sono molto portato a reinterpretare quello che esploro e che vivo, mi viene naturale.

 

 

medeasUn altro aspetto interessante del film riguarda la dimensione  di isolamento,  la provincia profonda, in cui si svolge la storia, una dimensione che in qualche modo amplifica tutto, quasi senza filtri. Che Medeas sarebbe stata, in un contesto urbano?

Il paesaggio, nel film, ci consente di esplorare l’interno e la profondità dei personaggi. Medeas in una realtà urbana sarebbe stata qualcosa di completamente diverso, anche se sono convinto che il modo di essere efficaci, anche in una dimensione metropolitana, si trovi.

 

 

Film girato in California, in ventuno giorni. Come sei arrivato a quei luoghi? Ne avevi visitati altri?

Sì, ero stato anche in Arizona, nel New Mexico, ma alla fine abbiamo scelta la California perché si avvicinava di più ai nostri bisogni. Un punto di riferimento molto forte nella scelta dei paesaggi è stato fin dall’inizio Andrew Wyeth, un pittore americano che amo molto.

 

 

C’è questo permearsi  tra paesaggio  e personaggi ma mi pare che tu insista molto anche sulla dimensione “fisica” dei personaggi, sulle relazioni che si basano sul contatto o sulla distanza.

Sì, certo. Sono molto più interessato a questi aspetti che alla storia, mi interessa rendere l’esperienza più sensoriale possibile e c’è davvero una tensione, un’attenzione alla fisicità di ogni personaggio, alla pelle, ai capelli, al corpo. E quindi anche a una frammentazione del corpo. I momenti di contatto e i momenti di alienazione sono in fondo quelli che creano la fusione del film, vengono proprio usati per tracciare una sorta di musica, di movimento.

 

 

Come hai scelto i protagonisti, Catalina Sandino Moreno e Brian F. O’Byrne?

La prima che ho contattato è stata Catalina. Mi era piaciuta molto in Maria Full of Grace, volevo collaborare con lei, le ho mandato lo script attraverso la mia casting director. In quel periodo era in Cile a girare un altro film ma dopo due giorni ci ha chiamati, voleva incontrarmi e da lì poi è nato tutto. Brian l’avevo seguito molto a teatro e mi aveva colpito in alcuni film come Frozen. L’ho sempre trovato molto sorprendente. Anche a lui abbiamo mandato lo script e ha accettato subito.

 

 

Per quanto riguarda la direzione degli attori, come hai portato personaggi e interpreti a “incontrarsi”?

Per me nel lavoro con gli attori la cosa fondamentale è la fiducia, costruire un’energia e un ambiente che permettano loro di esplorare, di rischiare senza paure. Abbiamo trovato un modo per conoscerci, per mesi e mesi prima delle riprese, sia con gli adulti che con i bambini. Questo era fondamentale per consentire loro di seguire gli istinti. 

 

 

Mi dici qualcosa sull’assetto produttivo del film?

Medeas è stato realizzato veramente con uno scheletro di crew, eravamo in 18 senza considerare gli attori, cosa inconsueta per una produzione americana. Ma era importante per me mantenere una certa intimità sul set, il che ti consente di gestire ogni persona, perché quando i numeri crescono diventa molto più difficile e le priorità cambiano. Avevamo pochissimi finanziamenti a disposizione e quindi abbiamo dovuto ridurre molto le giornate di riprese. Ma è una caratteristica del cinema indipendente americano quella di dover girare con una certa velocità.

 

 

E qual è la tua presenza in quel contesto, quanto sei “avvertito”? Mi diceva Roberto Minervini, altro italiano che fa cinema negli States, di essere praticamente invisibile come cineasta lì, e infatti è stata l’Europa, con i suoi festival, a scoprirlo.

Negli Stati Uniti, molto più che in Europa, il cinema ha l’esigenza di dover fare intrattenimento ed è quindi molto difficile riuscire a realizzare un film che sia motivato da una ricerca artistica, perché non ci sono i fondi e difficilmente certi film riescono poi a trovare un pubblico che in qualche modo li giustifichi. C’è proprio una grande distanza tra i film ed anche nell’ambito degli indipendenti, tra quelli che puntano all’intrattenimento e quelle opere che cercano altro e non riescono ad ottenere attenzione e divulgazione dai media.  Film che, come Medeas, come i lavori di Minervini, restano ai margini. In Italia è diverso perché i film vengono supportati e distribuiti, anche attraverso fondi statali. In Italia, come nel resto d’Europa, da questo punto di vista, il cinema è qualcosa di molto diverso rispetto alla concezione che ne hanno gli americani.

 

 

Credi che arriverai a fare cinema in Italia?

Io sono molto aperto e credo che in futuro accadrà ma al momento le mie storie restano americane, hanno bisogno dei luoghi e di personaggi americani.

 

 

Puoi anticiparmi qualcosa del tuo prossimo film?

Al momento il titolo è The Whale, ossia “La balena”. È il ritratto intimo di un personaggio femminile di una certa età, una donna di 68 anni, mentre affronta un momento di grandissima fragilità, un momento molto critico della sua vita. Ho scritto questo film pensando a un’attrice in particolare che, per quanto mi riguarda, è una leggenda del cinema, anche se non posso ancora svelarne il nome. Ha accettato l’offerta con entusiasmo e adesso stiamo esplorando insieme il suo ruolo. È un percorso già iniziato ma non vedo l’ora di essere sul set per girare, nell’area di San Francisco o in Canada, perché credo molto in questa che considero un’evoluzione di Medeas.