Speciale Diamante nero (Bande de filles) – The We and the I

Dalla piscina di Naissance des pieuvres al campo di football di Bande de filles sembra non essere passato neanche un secondo. Di nuovo una squadra, uno spogliatoio, a puntare subito i riflettori su quello che, dopo una sorta di ideale trilogia, sembra costituire il nucleo centrale della poetica della regista francese: l’identità, certo, sessuale e sociale, ma anche e soprattutto uno speciale rapporto, serrato, teso, conflittuale tra tutto ciò che è collettivo e quel che resta invece privato, intimo, sfuggente.

Ecco che allora tra il finale ballo solitario della conturbante Floriane e l’uscita di scena di Merieme verso un indefinito fuoricampo, tutto ciò che la Sciamma inquadra e racconta altro non è che questa lotta tra interno ed esterno, dentro e fuori i confini del corpo, dei luoghi abitati, un andirivieni costante tra un gondryano The We and The I in cui intessere racconti di formazione pervasi da un furore giovanile che infiamma.

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Perché se Tomboy – episodio centrale del trittico, al contempo il più famoso e meno convincente – ha i toni sussurrati e dolci dell’infanzia, Naissance des pieuvres e Bande de filles si nutrono invece degli squilibri emotivi, fisici, ormonali delle loro protagoniste, sempre in cammino, proprio come quelle eroine romanzesche di stampo classico a cui la cineasta guarda come modello, malgrado la trasudante contemporaneità dei suoi ritratti.

Come classico – da tradizione del romanzo d’avventura o della pochade – è il travestimento nell’opposto, nel maschile, che non va quindi inteso unicamente come affermazione sessuale ma sempre all’interno di una ribellione a un universo di poteri, verso i quali le protagoniste di Céline Sciamma mostrano la propria insofferenza.

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Corpi anomali e presenze indecifrabili quanto la stessa regista, inimmaginabile punto d’incontro tra il cinema di un Téchiné e quello di Jacques Audiard. Tra delicatezza e forza, lirismo e struttura, le sue turbolenze emotive si riallacciano tanto ai desideri sofferti dei protagonisti di Les roseaux sauvages quanto ai percorsi inevitabilmente solitari degli outsider audardiani.

Dal suo mentore, a cui si è riunita per una sceneggiatura a quattro mani sul film tratto da romanzo Pour en finir avec Eddy Bellegueule, dal titolo – emblematico –  Quand on a 17 ans, la Sciamma sembra aver ereditato quella speciale capacità, comune ad alcuni dei più grandi cineasti francesi da Truffaut ad Assayas, meravigliosi cantori della jeunesse, di riuscire a percepire, malgrado il passare degli anni, le paure e i dolori dell’adolescenza con la stessa intensità, la stessa deflagrante potenza. Come fosse davvero, insomma, un garçon o une fille de leur âge.

les roseaux sauvagesProprio guardando al cinema di Téchiné, alla sua capacità d’affresco nel far risonare limpido
il dramma privato all’interno di un immaginario condiviso, (che sia lo spettro della guerra algerina o la diffusione dell’Aids negli anni Ottanta…) Bande de filles è un passo in avanti rispetto al già impressionante esordio di Naissance de pieuvres, guidato dal puro istinto e per questo così affascinante. Bande de filles è invece l’opera matura capace di descrivere un mondo e un personaggio; di imprimersi nella memoria come impeccabile squarcio di una precisa generazione – con i selfie, la X-box, gli inni pop – e al tempo stesso restare nel tempo, come i conflitti e le traiettorie esistenziali che racconta.

Ed è soprattutto questa struttura, la parola più immediata per descrivere la sicurezza maturata dalla Sciamma nel tradurre visivamente la componente narrativa senza soccombervi, ad avvicinarla al cinema di Audiard, anch’esso sospeso tra il piano elaborato della sceneggiatura e quello fisico, istintuale della regia, di una messa in scena che nasce e si sviluppa unicamente attorno al corpo attoriale.

Cinema della marginalità, di mancanze, di debolezze e inconfessabili vergognosi segreti (che differenza c’è tra le bugie dell’heros très discret e le pulsioni omoerotiche di queste adolescenti? Tra le cicatrici di Stéphanie in Ruggine e ossa e quelle di Merieme?) sviluppati attraverso una costante dialettica degli spazi, tra un dentro e un fuori che rivela la tenera e dolorosa ricerca di un proprio posto nel mondo.

In tale prospettiva, Bande de filles è una versione al femminile de Il Profeta, una scalata ai vertici rapida e imprevedibile per gli stessi protagonisti, improvvisamente estranei a loro stessi, capaci di atti di violenza in una escalation di autoaffermazione. Le stanze d’hotel e la casa-carcere diventano luoghi in cui rifugiarsi dallo sguardo giudicante del mondo e le gang nuove famiglie con rituali quotidiani.

il profeta immagine2Ban-lieu e non-lieu: se Audiard plasma il suo sguardo aggirandosi fra gli stabili occupati di De battre mon coeur s’est arrêté per ritornare nelle periferie nel film Palma d’oro Dheepan, la Sciamma si sposta costantemente  dagli alienanti ballatoi delle periferie parigine verso una Parigi spogliata di qualunque connotazione storica, che nasce e finisce – come si diceva nel resoconto della conferenza stampa – nel ventre de Les Halles, raggiunto dalle Rer, quasi un aggiornamento ribassato dei romantici treni assayasiani. E si muove all’interno della banlieue, coi suoi rigidi codici comportamentali, le rivalità tra gang e le battaglie per il potere, come Audiard nel carcere dove Malik vive la sua formazione criminale, con uno sguardo androgino su volti e luoghi, totalmente aderente a quello di Merieme/Vic.

Dando una spallata al blasonato collega e riandando invece col cuore alle sue piccole piovre dal destino in sospeso: perché se Audiard in un certo senso quadra il cerchio, affidando al suo protagonista un ruolo da “Padrino”, a capo di un corteo che avanza frontalmente verso la macchina da presa, su Merieme non grava il peso di nessuna scelta. La città è lì sotto, a portata di mano. Non sarà il cinema a dare una risposta.