SPECIALE IL NOSTRO NATALE – Tim Burton’s Nightmare Before Christmas, di Henry Selick

“Oh somewhere deep inside of these bones, an emptiness, began to grow. There’s something out there far from my home. A longing that I’ve never known”

Jack’s Lament

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Tim Burton’s The Nightmare Before Christmas: questo il titolo completo del film in stop motion, diretto da Henry Selick, scritto e ideato da Burton, uscito negli USA non in concomitanza di Natale, ma di Halloween. Ed è appunto l’incubo-sogno realizzato di Burton, Nightmare Before Chistmas, che come spesso accade nel suo cinema, vede gli amati freaks alla conquista del mondo, in un anti Natale anarchico e folle, capitanato da Jack Skeletron, il re di Halloween in crisi d’identità, che prima di rinsavire rapisce Babbo “Nachele”, aiutato dall’esilarante terzetto di bambini sadici “Vado, Vedo e Prendo” e per un glorioso ed effimero istante si appropria della festa più sdolcinata dell’anno, e con essa ribalta e si fa beffe del perbenismo melenso della middle class americana, che come ogni anno si raduna attorno al fuoco per rinsaldare i valori familiari scambiandosi baci sotto il vischio. Non sarà così nel Nightmare di Burton, dove i doni di Babbo Natale / Jack Skeletron diventano enormi serpenti pronti a divorare famiglie intere, o scartato il regalo gli ignari bambini si troveranno tra le mani una testa mozzata. Come il pinguino Danny DeVito di Batman Returns, il sogno di molti personaggi burtoniani sembra essere questo, plasmare il mondo “dell’alto” ad immagine e somiglianza del proprio mondo, il mondo “del basso”, dei poveri mostri, che rivendicano la loro esistenza scompaginando i piani.

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Ma non c’è solo l’utopia dello sconvolgimento dei mondi, c’è un’inquietudine esistenziale, un’ossessione folle, quella di Jack Skeletron espressa nel brano “Jack’s Lament”, una malinconia insanabile difficile da trasmettere in un film per l’infanzia, ma che proprio per questo suo elemento romantico e dark, rimane impressa nella memoria. Non sarà l’agognato focolare natalizio, ma l’amore nato tra un mucchio di ossa e una bambola di pezza, e il loro abbraccio al chiaro di luna, a placare gli animi e a permettere che le cose tornino al loro posto. Il finale è un momento che si insinua come una scheggia nell’immaginario, e che rimane depositato in un luogo della fantasia che resta custodito come un piccolo ma prezioso tesoro. Regalandoci uno scenario decadente e pregno di storia del cinema, che ricorda l’estetica sghemba dell’espressionismo tedesco, Burton ci lascia con l’immagine di Jack e Sally, che non evaporano come la finalmente libera sposa cadavere, ma accettano la loro intrinseca alterità, e con essa la pace ed il calore del loro abbraccio nel gelo del loro mondo alla rovescia.