SPECIALE TRUE DETECTIVE – Universi paralleli

Ora che, finalmente, ci si ritrova dinanzi alla conclusione di una serie che cambierà (se non lo ha già fatto) la forma mentis della produzione televisiva, è inevitabile dover fare i conti con una sorta di spaesamento cognitivo. Un senso di disorientamento dovuto all’incredibile stratificazione di omaggi e rimandi che, pur nella relativa brevità dei suoi otto episodi, trasforma True Detective in un universo metanarrativo che ancora oggi, a più di un mese dalla messa in onda del capitolo finale, continua a rivelare nuove sfaccettature e ipotesi. Il materiale qui analizzato è vasto e complesso, e certamente non si ha la pretesa della completezza assoluta; del resto, è più che sufficiente una qualsiasi ricerca su google per ottenere informazioni più dettagliate al riguardo. Più che una guida alle citazioni contenute nella serie, quindi, questa vorrebbe essere una sorta di introduzione alla stessa, un breviario per tentare di cominciare a orientarsi nella enorme ragnatela (cinematografica, letteraria e fumettistica) costruita dallo sceneggiatore Nic Pizzolatto. La struttura stessa della sua creatura, infatti, rimanda a quella di un mosaico: se True Detective piace e funziona, lo si deve innanzitutto al suo essere un insieme di elementi, perfettamente amalgamati tra loro. Cosa abbiamo, in questi otto episodi? Il ritrovamento del cadavere di una giovane ragazza, deus ex-machina del plot, rivela il collegamento tra questo e una serie di altri delitti commessi nel corso degli anni: c’è quindi l’indagine poliziesca, la detection pura e semplice. La caccia al serial killer. Troviamo poi la coppia di protagonisti, Martin Hart e Rust Cohle, assolutamente libera dai luoghi comuni: niente sbirro buono/sbirro cattivo, nessuna facile concessione al buddy movie (nonostante i ripetuti go fuck yourself! Di Martin a Rust stemperino la tensione in più di un’occasione, strappando persino qualche sorriso). Abbiamo una narrazione strutturata su almeno tre piani temporali diversi, il 1995, il 2002 e il 2013, che mette in risalto il trascorrere del tempo e la metamorfosi delle relazioni interpersonali tra i personaggi (anche quelli secondari). C’è il contesto geografico, quella Louisiana meravigliosamente messa in scena che diventa quasi un protagonista a sé stante, testimone muta e impassibile dinanzi all’orrore che si perpetua tra le sue paludi e i paesi della provincia più profonda. E c’è, infine (?), il pessimismo cosmico, la filosofia di Rust Cohle, i suoi memorabili monologhi che tratteggiano la visione di un mondo senza speranza nel quale l’Uomo è divenuto un elemento secondario, prossimo all’estinzione. Ecco quindi le coordinate generali entro le quali si svolge True Detective, elementi concepiti e scritti con innegabile talento e in grado di catturare lo spettatore sin dalle primissime sequenze del primo episodio. Che siano sinonimo di qualità, è innegabile; ma sono davvero così innovativi? Presi singolarmente, infatti, non rappresentano assolutamente nulla che il cinema (o la letteratura, poliziesca ma non solo) non abbia già ampiamente affrontato in precedenza, a prescindere dai risultati. No, il fattore straordinario di True Detective è che tutti questi tasselli, incastrati insieme gli uni e con gli altri, funzionano alla perfezione. Come in un mosaico, appunto: quindi, per una volta, è il caso di dire che il risultato e la somma sono di gran lunga superiori ai singoli addendi.

 

Il primo referente cinematografico che viene in mente non può che essere Zodiac di David Fincher e, ancora prima, il suo antesignano coreano, il capolavoro Memories of Murder di Bong Hoon-ho; nonostante gli intenti siano diversi in tutte e tre le singole opere, non si può fare a meno di ritrovare molte analogie nello svolgimento di un plot che abbraccia decenni differenti: la catena inarrestabile di omicidi, il tempo che passa, le indagini che sembrano non portare da nessuna parte. Pizzolatto sembra ben memore della dimensione metafisica del film di Bong, riflettendo sull’impotenza delle umane gesta dinanzi al proliferare inarrestabile del Male. C’è il cinema di David Lynch, e non potrebbe essere altrimenti: sin da subito, e senza quindi avere la più pallida idea di come si sarebbe sviluppata la storia, in molti hanno azzardato paragoni con Twin Peaks. Appare difficile sviscerare fino in fondo la connessione profonda che esiste tra le due serie, diversissime tra loro sotto molteplici aspetti, ma allo stesso tempo accomunate da una visione unica e inquietante dell’America più nascosta dai riflettori, da due detective incredibilmente carismatici (l’agente Cooper/Rust Cohle), da una concezione di serialità che certamente trova in Lynch uno dei suoi padri fondatori. Preferendo lasciare il campo a penne certamente ben più esperte in ambito televisivo, in questa sede ci preme sottolineare però l’influenza del Lynch cinematografico: se Pizzolatto ha certamente visto e amato Cuore selvaggio e Strade perdute, ovvero due grandi film sulla follia nascosta nelle strade e nelle provincie statunitensi, nondimeno siamo convinti che il riferimento Lynchiano per antonomasia possa essere Una storia vera, semplicemente traslato di prospettiva. Un viaggio attraverso l’America che trova negli orrori del passato (la guerra, la morte, la malattia) la forza per affrontare il presente, mettendo in risalto la Bellezza di un paese mai così solare e luminoso: al contrario, True Detective viaggia e si sposta per illuminare il passato, cercando di comprendere il presente. Due opposti solo apparentemente tali, perché la luce e l’ombra dell’ottavo episodio annulleranno le distanze lasciando intuire come, forse, gli stessi elementi (tanto Alvin Straight quanto il Re Giallo guidano un tagliaerba) possono servire a mostrare la Realtà sotto aspetti completamente differenti. Perché poi non trovare un antesignano anche nell’immortale La morte corre sul fiume di Charles Laughton, nel quale la religione del predicatore assassino Robert Mitchum diventa un pretesto per nascondere le proprie follie omicide, in un paese puritano che si rifiuta di vedere l’orco che si nasconde sotto i suoi tetti; il tema dei predicatori (al quale si può ricollegare anche Il figlio di Giuda di Richard Brooks) è infatti un’altra costante sottesa di True Detective, a dimostrazione dell’attenzione posta nei riguardi delle tante zone d’ombra nascoste all’interno del Grande Paese. E poi, The Addiction di Abel Ferrara e Naked di Mike Leigh (per la filosofia nichilista di Rust Cohle), il noir classico, e molto, molto altro ancora.

 

L’elenco di rimandi cinematografici potrebbe continuare all’infinito, così come quelli letterari: se il progressivo svelamento dei segreti del passato sembra rimandare esplicitamente a Anime morte, romanzo dello scrittore irlandese John Connolly, nel quale ritroviamo più di un’analogia con lo script della serie, gli appassionati di letteratura fantastica sono (giustamente) andati in visibilio non appena è stato fatto il nome di Carcosa, luogo immaginario partorito dalla mente dello scrittore Ambrose Bierce per il racconto An Inhabitant of Carcosa (1891) e poi ripreso da Robert W. Chambers per la raccolta The Yellow King (1895). Sia Carcosa che il Re Giallo sono poi presenti anche in Neonomicon di Alan Moore, vero e proprio testo meta letterario in fatto di suggestioni letterarie fantastiche; e il nome di Moore ritorna anche a proposito del già citato discorso sulla luce e l’ombra che chiude la serie, discorso che sembra quasi preso parola per parola dal fumetto Top Ten (qui la tavola in questione). Il grande fumettista inglese è stato esplicitamente citato da Pizzolatto come fonte di ispirazione insieme a Grant Morrison, la cui miniserie The Invisibles viene omaggiata a più riprese, come avevamo già scritto in precedenza. In mezzo a questa inestricabile rete di rimandi, in verità, ce n’è anche uno inizialmente omesso dallo sceneggiatore: a serie già iniziata si sono rincorse in rete voci riguardo il presunto plagio a danno dello scrittore americano Thomas Ligotti, autore di diversi romanzi horror e thriller poco conosciuti e di un saggio, The Conspiracy Against the Human Race: A Contrivance of Horror, dal quale sarebbero state estrapolate diverse frasi poi messe in bocca al personaggio di Rust Cohle. Pizzolatto ha immediatamente riconosciuto il debito nei confronti di Ligotti, e il risultato è stato che le sue opere, fino a qualche mese fa sconosciute ai più, sono immediatamente balzate in cima alle classifiche di vendita di amazon.