SPECIALE "TWO LOVERS" – L'impossibilità, forse, di una fuga.

isabella rossellini e joaquin phoenix - two lovers, di james gray
Tutto il cinema di James Gray è un infinito protendersi verso l’altro, anche quando l’attenzione è sempre riposta nella direzione sbagliata: e così i suoi personaggi provano disperatamente a costruirsi una via di fuga dalle loro vite, e non ci riescono, e gridano, urlano e soffrono. Ma proprio per questo, ci sembrano incredibilmente vivi, come è vivo solamente chi è in grado di amare veramente.

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paltrow phoenix, two loversDivided we'll stand
Regardless we'll fall
How subtle the words we've come to know,
Divided we stand
Determined to fall
Just like this hollow world that sleeps inside of me…

Paradise Lost – "Divided"

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Con quattro film solamente, James Gray sembra aver già tracciato una sorta di vera e propria mappa topografica dell’interiorità dei propri personaggi; un percorso che risale attraverso il loro vissuto o, se si preferisce, una sorta di via crucis: ripensiamo infatti al determinismo senza scampo che coinvolge Tim Roth in Little Odessa, alla perfetta struttura circolare delle gesta di Mark Wahlberg in The Yards, o all’implacabile condanna che attanaglia tutto e tutti ne I padroni della notte. E proprio su quest’ultimo varrebbe la pena di soffermarsi (ancora), nella speranza che si riveda il giudizio troppo affrettato di alcuni, soprattutto da parte di coloro i quali ai tempi parlarono di giustizialismo facile, di fascismo o di amenità varie: che si ravvedano – alla luce anche di un’opera come Two Lovers – in modo da poter finalmente cogliere appieno la portata (e l’umanità) del discorso portato avanti con estrema coerenza da Gray. La vendetta finale del personaggio di Phoenix nel film del 2007, filtrata, offuscata da una nebbia che prima di tutto era specchio del suo animo, e soprattutto la cerimonia a seguire, con quel ti voglio bene sussurrato al fratello e quell’amen finale che faceva assomigliare il tutto a un requiem più che a un festeggiamento, non erano altro che l’imprigionamento definitivo di un essere e di un sentire, un arrendersi – consapevole o meno – a una vita, a un destino che è già nostro, prima ancora che possiamo scegliere di cominciare a perseguirlo. Nel passaggio dal poliziesco alla commedia (?), oggi, i toni non cambiano: anche Two Lovers si pone quindi come un eterno peregrinare entro i limiti di un’esistenza, una ricerca assoluta e spietata dell’unico fine comune a tutto il genere umano: la felicità. Ma nel cinema di Gray questa ricerca assume le sembianze di una sfida persa in partenza, perché i suoi personaggi – tutti – al termine della propria corsa si ritrovano soli e a fare i conti con sé stessi, contemplando le dimensioni two loversdi una sconfitta che ormai assume le dimensioni di una catastrofe. Tutti, appunto, si mettono a nudo in un infinito protendersi verso l’altro, come piccoli anelli di una catena che non si ricongiunge mai, perché le attenzioni riposte con estrema passione e smisurato sentimento sono sempre destinate alle persone sbagliate; le quali, a loro volta, sono destinate a commettere lo stesso errore, e così via, senza sosta, fino a delineare i contorni di un quadro che cerca di gridare disperatamente la propria vitalità in un mondo che non sembra intenzionato a prestargli ascolto. Ma dove risiede la colpa, qual è la causa di cotanta condanna? Non ci sono risposte facili, non ci sono certezze: in Gray il vivere viene inteso come l’inesorabile espiazione di un peccato che è già dentro di noi dalla nascita, che fa parte del nostro organismo senza che possiamo accorgercene o difenderci; da qui altre costanti tipiche del regista, come il ruolo preponderante della famiglia, o l’attenzione maniacale per gli interni domestici, tutti stilemi che secondo alcuni (e non a torto) lo avvicinano a un Visconti, o a un certo modo di pensare il cinema tipico degli anni settanta. “Non riesco a farlo qui, davanti al volto di mia madre che mi guarda” dice Leonard, in atteggiamenti intimi con Sandra davanti a una parete tappezzata di vecchie fotografie: ed è proprio la fotografia, quel fermare la vita in un istante preciso, che ritorna in tutto il film, come a cementificare le sbarre che sembrano imprigionare i suoi protagonisti. Protagonisti che però cercano in tutti modi di scappare, di costruirsi una qualche via di fuga dal loro mondo: non ci riescono, ma almeno ci provano, e sanguinano nel farlo, e provano dolore, e reagiscono, urlano. E questo, davvero, li rende vivi perché, si sa, ama veramente solo chi vive intensamente. E’ questo che colpisce maggiormente in James Gray, la capacità di infondere la vita negli occhi di chi guarda; ci sono due momenti, brevissimi, fugaci, che sono il fulcro di tutto Two Lovers: due momenti in cui Michelle prima (sul terrazzo) e Leonard poi (l’abbraccio finale con Sandra) guardano diritti in macchina, guardano noi. Ecco, in quel momento, la vita esce dallo schermo e si mette al nostro fianco. E allora, forse, la loro fuga non sembra più così impossibile.

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