Spider-Man: Across the Spider-Verse. Viaggio nello SpiderMeme

Seguiamo le tracce del concetto di “meme”, dai confini incerti come i tempi di cui si fa sintomo, muovendoci a partire dall’icona dell’uomo ragno, fino ai confini dello Spider-Verse

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Il meme è l’unità di eredità culturale”, declama Richard Dawkins in un’aula di Oxford nel 2014. “È tutto ciò che funziona come un gene nella cultura umana. Faccio l’esempio di un motivetto che qualcuno ascolta e che lo prende (doppio senso in inglese grazie alla parola “catches”, Ndr), come fosse un virus, canticchiandolo per strada”. Prima ancora del suo Il gene egoista del 1976, l’idea che la cultura umana si sviluppi con traiettorie virulente può esser ritrovata in un saggio di William S. Burroughs di qualche anno prima, The Electronic Revolution del 1972. Per l’autore de Il pasto nudo, il linguaggio viene considerato al pari di un parassita, che ha contagiato l’essere umano pre-alfabetico, gettandolo fuori dal Garden of Delights. Questo virus informatico quattro anni dopo prende il nome di meme, muta di vettore in vettore e si contagia con altre unità, mantenendo allo stesso tempo un certo grado di stabilità. Si moltiplica col solo scopo di replicarsi. In questo processo, una deviazione può aprire nuovi spazi di libertà.

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Ce lo ricorda dalla sala in questi giorni Spider-Man: Across the Spider-Verse, capolavoro di contaminazioni e una delle ultime mutazioni del meme del supereroe Marvel. Il medium dell’animazione si presta perfettamente a mescolare stili diversi, a comporre immagini composite, potenziate, abissali. Sotto l’egida di Lord & Miller, l’icona dell’uomo ragno prende coscienza del suo potenziale ricombinatorio, da sempre presente. Rimanendo vicini alle origini, la sola pagina Wikipedia dedicata al personaggio conta 31 versioni alternative in ambito fumettistico. Alcune spingono il meme oltre i confini antropomorfi e ai limiti dell’assurdità, come Spider-Rex o Spider-mobile. Altre indicano invece percorsi alternativi proprio per l’umano: Pavitr Prabhakar porta l’uomo ragno a Mumbay, mentre Spider-Man Noir porta il personaggio nel buio della Grande Depressione (prossimamente al centro di una serie tv in live action prodotta da Phil Lord & Chris Miller). Sul grande schermo Spider-Man appare per la prima volta nella seconda parte degli anni ’70, con una trilogia prodotta dalla CBS (tra cui svetta “L’Uomo Ragno sfida il drago”). Sono noti a tutti, invece, gli adattamenti cinematografici dagli anni 2000 in poi, dalla trilogia di Sam Raimi fino al MCU, passando per la gestione Sony.

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Spostiamoci però verso i confini dello Spiderverso, lontano dalla terraferma del canone cinematografico e fumettistico, dove le correnti della ricombinazione sono più forti. Una prima peculiare cristallizzazione è la serie televisiva giapponese del 1978. In Supaidāman, prodotto dalla Toei, l’uomo ragno si cala nel genere del tokusatsu, letteralmente “effetti speciali”. Spostandosi verso Sud, in Australia, Peter Parker atterra nella parodia. Siamo ormai nel 2008, quando l’era digitale è pronta a deflagrare e sul web appare Italian Spiderman. Realizzato dal collettivo Alrugo Entertainment, è concepito per essere un “film perduto” italiano degli anni ’60. L’estetica omaggia opere di Fulci e Bava, con i dialoghi sono doppiati in un italiano che oggi diremmo fresco di traduzione automatica. Caricato interamente su YouTube, ha collezionato milioni di visualizzazioni e un seguito appassionato. Tanto che Joaquim Dos Santos, uno dei tre registi di Spider-Man: Across the Spider-Verse, ha dichiarato di aver tentato invano di includerlo nel film.

C’è un che di liberatorio nella ricombinazione estrema. Possiamo saggiare questo legame osservando le immagini a cui si riferisce comunemente il termine meme, ossia le immagini composite fatte di una parte fissa, il template, e una variabile. Anche in questo campo, leggendo il sito knowyourmeme, Spider-Man è un apripista. Uno dei primi contenuti virali, proveniente dalla blogosfera del 2002, è stato Dancing Spider-Man, una gif in cui il supereroe balla su sfondo bianco, riproposto in innumerevoli contenuti. Da un numero del 1984 di The Amazing Spider-Man proviene, invece, il template di “How do I shoot webs” (letteralmente, “Come faccio a sparare ragnatele?”, dialogo non originale del fumetto), usato per prendere in giro in ambito videoludico chi non riesce a compiere azioni ovvie. Dal cartone animato degli anni ’60 provengono numerosi template, tra cui Spider-Man pointing at Spider-Man. Dalla trilogia di Sam Raimi provengono moltissime basi molto longeve, come l’iconica frase di zio Ben sul duo grandi poteri-grandi responsabilità, il doppio frame di Tobey Maguire con e senza gli occhiali o il morso del ragno. Se, invece, guardiamo al dittico (e prossima trilogia) Into e Across the Spider-Verse, ci troviamo davanti a una vera e propria fabbrica di meme.

Nel ghigno dei meme c’è forse il sintomo dei nostri tempi? Gli anni post-pandemici, come descritti da Franco Bifo Berardi ne Il terzo inconscio, sono piagati da un’incertezza diffusa che non riesce ad aprirsi in un ventaglio di nuove possibilità. La nostra vita digitale sembra rispondere alle stesse dinamiche, con recinti virtuali sempre più alti riempiti di slot machine sempre più ammiccanti. La sensazione di trovarsi bloccati, in una canicola di scelte apparentemente obbligate, si traduce in una vera e propria epidemia di depressione e ansia. Le piattaforme social sono ormai chiaramente parte del problema, con i loro recinti digitali sempre più somiglianti a centri commerciali virtuali, pieni di slot machine ammiccanti. “I meme che fanno più rabbia sono quelli che vincono”, confessa il fondatore di 8chan, famigerato social tanto caro alla destra estrema. Una dichiarazione che mette in luce la logica dei social network, nei quali vengono premiati di più i contenuti che generano reazioni.

Nascosto nella ricombinazione dei meme, però, c’è anche un gesto di rivendicazione. L’astrazione diventa uno strumento utile a scavare sotto gli steccati della convenzionalità, uscendo nello spazio aperto in cui sono possibili nuove costellazioni. Yuk Hui, citato in Le paludi della piattaforma. Riprendiamoci Internet di Geert Lovink, si chiede: “Dobbiamo costantemente chiederci cosa succede alla nostra sensibilità quando il cielo è coperto di droni e la terra da auto senza conducente, e le mostre sono curate dall’intelligenza artificiale e da software di apprendimento automatico. Questo futurismo è davvero qualcosa che ci parla?”. Ogni meme è un’irriverente alzata di spalle in risposta a questa domanda, un sorriso ironico che segna un punto non per disegnare una traiettoria, ma per offrirsi come parte di una costellazione. A noi il compito di reimparare a leggere le stelle.

 

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