Stanlio e Ollio, di Jon S. Baird

Stan Laurel e Oliver Hardy stanno ballando. Sullo sfondo un paesaggio western. I teatri di posa. La macchina da presa. Stacco. Sullo schermo il pubblico impazzisce. Il film è I fanciulli del West. L’anno è il 1937, l’apice della loro popolarità. Passano 16 anni. Il duo comico si trova in Inghilterra per una tournée. Sognano il grande rientro. Anche al cinema con un film su Robin Hood. Ma i giovani a stento li riconoscono. E i teatri non si riempiono. Dopo alcuni spot, ricominciano ad avere successo. Ma il loro sodalizio non sembra più quello di una volta. E a tratti tornano a galla vecchi rancori.

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Stanlio e Ollio è un biopic esemplare, un viale del tramonto appassionato e un omaggio alla loro arte comica. Del resto Baird, al terzo lungometraggio, ha sempre portato sullo schermo storie vere come quelle di Cass (un uomo di origine giamaicana  diventano uno degli uomini inglesi più rispettati) e Filth (sull’avido e corrotto agente di polizia interpretato da James McAvoy). Stanlio e Ollio è minuzioso per come ricostruisce il metodo delle gag. Dove uno la creava e l’altro la continuava. Poi i ruoli si scambiavano. E poi entravano in gioco gli oggetti. E lo spazio della comicità usciva fuori dal set, dal teatro. E continuava nella vita reale. A volte era ricostruito, come la scena dell’arrivo delle rispettive mogli in Gran Bretagna. Altre invece veniva improvvisato, come il gioco sul campanello della reception della locanda dove alloggiavano.

Sembra esserci sempre un numero per i presenti. Anche nei momenti più drammatici: Hardy che butta con rabbia un giornale dopo che scopre di aver perso ai cavalli e delle bambine lo guardano; i due che litigano durante un ricevimento e alcuni dei presenti, prima sfocati sullo sfondo, assistono divertiti pensando che si tratti di un loro sketch.

Non si sentono le ceneri del tempo sul film. E Baird, rispetto ad Attenborough di Charlot (che resta comunque un buon film), non si spaventa nel ricreare un pezzo dell’esistenza di Laurel & Hardy. Ciò avviene anche grazie al perfetto lavoro di make-up e alla bravura di John C. Reilly e Steve Coogan, che si sono calati completamente nella parte, soprattutto fisicamente. Tanto che si riconoscono a fatica i loro volti, soprattutto nel caso del primo. E dopo un po’, ci si lascia andare pensando di vedere sullo schermo i veri Stanlio e Ollio. C’è la scena. La capacità di improvvisazione ma soprattutto anche la scrittura attenta di Laurel, che continuerà a scrivere le gag per Hardy anche dopo la sua morte. E che ha costituito un modello per Jerry Lewis che gli sottoponeva le sue sceneggiature, lo ha tentato invano di convincerlo a tornare sul set e con il suo primo film come regista, Ragazzo tuttofare, gli ha dedicato un personale atto d’amore.

Il ballo è a tratti irresistibile. Le gag dell’ospedale e dell’uovo e del binario dove i due entrano ed escono senza incrociarsi mai. E riprodurre fedelmente, ed efficacemente, la complessità di quei mvimenti comici, è stata già un’impresa non da poco. Ma il ballo diventa anche malinconico e a tratti struggente. La voglia di ritrovare il successo di un tempo. L’incapacità di stare l’uno senza l’altro soprattutto per Stan che non riuscirà a dividersi la scena con un altro partner quando Oliver è malato. Al tempo stesso però gli rinfaccerà il film che ha girato da solo senza di lui con l’elefante, Zenobia, mentre lui aveva rotto con il produttore Hal Roach.

Stanlio e Ollio è l’esempio di come un biopic va fatto. Con documentazione, precisione e passione. E per i due protagonisti è forse il ruolo della vita.

 

Titolo originale: Stan & Ollie
Regia: Jon S. Baird
Interpreti: John C. Reilly, Steve Coogan, Danny Huston, Shirley Henderson, Nina Arianda
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 97′
Origine: Gran Bretagna/Usa/Canada 2018