“Sugar Man”, di Malik Bendjellouln

Vedendolo avanzare così, lentamente, con una custodia per chitarra a tracolla sembra quasi di vedere Danny Trejo nei panni di un anziano mariachi che va a prendersi l’ultima vendetta in un film di Rodriguez (Robert). Ma lui (Sixto) Rodriguez la sua vendetta nei confronti della vita e dello show business se l’è presa veramente, anche se è dovuto arrivare fino in Sud Africa a trovarla. In sala dal 10 al 12 giugno

Vedendolo avanzare così, lentamente, con una custodia per chitarra a tracolla sembra quasi di vedere Danny Trejo nei panni di un anziano mariachi che va a prendersi l’ultima vendetta in un film di Rodriguez (Robert). Ma lui (Sixto) Rodriguez la sua vendetta nei confronti della vita e dello show business se l’è presa veramente, anche se è dovuto arrivare fino in Sud Africa a trovarla.

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L’incredibile storia (vera) di Sixto Rodriguez arriva sui nostri schermi (solo nelle sale “Space Cinema” e solo per 3 giorni) con ingiustificabile ritardo dopo i premi ottenuti al Sundance (Premio Speciale della Giuria e Premio del Pubblico), l’Oscar come miglior documentario ed un successo di critica e di pubblico raccolto in tutta Europa.

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Sul finire degli anni ’60, quando le lotte per i diritti civili incendiano entrambi i lati dell’Atlantico e sono il tema ricorrente delle canzoni dei songwriters americani ed europei, il giovane manovale Sixto Rodriguez (di umile e numerosa, come lascia intendere il suo nome, famiglia di immigrati messicani) una volta terminato il turno di lavoro imbraccia la chitarra e prova anche lui a raccontare le storie di ordinaria povertà ed emarginazione che vede intorno a se. Si esibisce in uno squallido localino nei pressi del porto di Detroit dove viene notato dal produttore Dennis Coffey che rimane subito incantato dal suo talento e lo aiuta a produrre il primo disco “Cold Fact” che, benché riceva ottime critiche e sia molto vicino per stile e qualità ai coevi lavori di Bob Dylan e Leonard Cohen, non suscita l’attenzione del pubblico. Stessa cosa avviene anche per il successivo “Coming from reality”. A questo punto Sixto decide di farla finita con la musica e torna a fare quello che capita: operaio quando va bene, altrimenti il manovale, per crescere dignitosamente le sue tre figlie (per dirla con il più grande “songwriter” italiano “intellettuali d’oggi, idioti di domani, ridatemi il cervello che basta alle mie mani”).

Perché un talento così cristallino come quello di Rodriguez non sia riuscito a ricavarsi il benché minimo spazio è, e resta, un mistero: forse perché troppo poco “bianco” rispetto ad i suoi colleghi Dylan e Coen e troppo poco “nero” per intercettare il sound della Motown dalla quale proveniva (anche se ha inciso la sua “Inner city blues” un anno prima di Marvin Gaye). Ma non è l’essere ignorato che fa della storia di Rodriguez una storia unica, visto che molti di quelli che oggi sono considerati i musicisti più influenti degli anni ’60 e ’70 sono stati, in vita, sostanzialmente ignorati: il caso più clamoroso, ovviamente, è quello di Nick Drake (morto suicida dopo 3 album completamenti ignorati dal pubblico ed oggi considerato uno dei più grandi artisti del suo tempo) ma anche Tim Buckley pur in possesso di una delle voci più straordinarie della storia della musica non ottenne mai il successo che meritava fino alla scomparsa per overdose di eroina; fino ad arrivare ad uno dei più sensibili songwriters contemporanei: Elliot Smith anch’egli morto suicida e riscoperto dal grande pubblico dopo la morte. Questo legame “insuccesso/morte” spiega anche perché le storie che giravano, in Sud Africa, su Rodriguez per giustificare la sua irreperibilità e l’assenza di notizie sul suo conto avevano sempre a che fare con spettacolari suicidi: si era sparato sul palco o, addirittura, si era dato fuoco sul palco.

La parte incredibile della storia inizia con l’arrivo misterioso (forse una ragazza americana fidanzata con un ragazzo sudafricano) di una copia (delle pochissime vendute) di “Cold Fact” in Sud Africa e qui, magicamente, le parole del disco riescono a parlare molto più ai sudafricani della loro condizione di quanto non erano riuscite a fare con i cittadini americani per i quali erano state scritte. Complice senz’altro la situazione di isolamento culturale in cui si trovava il Sud Africa in quel periodo, nel quale, quindi, le notizie erano rigorosamente filtrate per non far percepire ai cittadini quale fosse la reale situazione del paese, ma al contempo si creava una fitta rete di scambio culturale parallelo fra i cittadini che veicolava le idee di rivolta attraverso le parole di Rodriguez. Frasi come “Ho aperto la finestra per sentire che c’era di nuovo ma non si sentiva nient’altro che il blues del sistema” oppure “Questo apparato crollerà presto sotto una musica giovane ed arrabbiata e questo è un dato di fatto” (The establishment blues) sembravano scritte per loro e non tardarono a germogliare nei cuori e nelle menti di tutti coloro che sarebbero diventati i principali esponenti dei movimenti di lotta contra l’apartheid. La musica di Rodriguez si diffuse talmente nel paese che pur se con un solo disco, in Sud Africa divenne più noto di Elvis o degli Stones.

Infine, la parte commovente della storia porta a compimento le ricerche di due sudafricani testardi (Stephen Segerman e Dan Dimaggio) che riescono a trovare Rodriguez li dove è sempre stato (a Detroit) e gli restituiscono quel pubblico che ha sempre avuto pur non sapendolo ed al quale si rivolge in apertura del commovente primo concerto da “rockstar” dicendo “grazie per avermi tenuto in vita” ma non sta parlando di se stesso (a quello ci hanno pensato le sue mani) ma dell’idea stessa che la musica (l’arte in generale) possa cambiare il mondo.

 

Titolo originale: Searching for Sugar Man

Regia: Malik Bendjelloul Interpreti: Stephen Segerman, Dennis Coffey, Steve Rowland, Mike Theodore, Dan Dimaggio, Jerome Ferretti, Willem Möller, Craig Bartholomew-Strydrom, Ilse Assmann

Origine: Svezia/Gran Bretagna 2012

Distribuzione: Protagonist Pictures/Unipol Biografilm Collection

Durata: 86'

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