#TFF33 – Commonwealth (#TorinoSense4)

In Festa Mobile si rinnova la passione di Emanuela Martini per il cinema britannico, da sempre uno dei territori prediletti della sua ricerca. Il più apertamente debitore in quest’ottica è il film di Ben Wheatley, High-rise, che per impianto stilistico e fervore iconoclasta avrebbe potuto tranquillamente finire in coda alla retrospettiva sul Free Cinema curata da Martini al Bergamo Film Meeting qualche anno fa.

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Si conferma il dubbio atroce riguardo l’effettiva urgenza che muove l’intero cinema di Ben Wheatley, qui impegnato ad orchestrare una parabola anarcoide e negli intenti incendiaria sulla base del romanzo Condominio di James G. Ballard (1975), distopia da camera che porta alle estreme conseguenze la lotta di classe tra inquilini dei piani bassi e ricconi negli attici di un palazzo futuribile, progettato da un architetto utopista (Jeremy Irons, che in qualche modo accende un link con la figura di Ed Harris in un film per certi versi vicino a questo come Snowpiercer) che intendeva rifondare la società sulla base delle peculiarità della sua costruzione.
Se è chiara la portata dell’allegoria, altrettanto lo è l’orizzonte dei riferimenti formali ed estetici che Wheatley assume come fondamenta del suo edificio, che cresce per accumulo tra il Derek Jarman degli anni ’80 e magari anche un certo Ken Russell: alcuni istanti vivono di una indubbia potenza espressiva, non tanto grazie alla performance un po’ manierista di Tom Hiddleston quanto per la ferocia che Luke Evans instilla nel suo ruolo, notevolissima.

Non c’è rabbia alcuna quanto la grande scuola dei palcoscenici inglesi trasferita in un dame-maggie-smith-alex-jennings-the-lady-in-the-van-alan-bennettgioco intellettuale, sottile e compiaciuto alla base di The lady in the van, nuova collaborazione cinematografica tra Nicholas Hytner e il drammaturgo Alan Bennett dopo i successi de La pazzia di Re Giorgio e The History Boys.
Bennett si infila in un mostruosamente prolisso gioco di raddoppi e specchi tra il testo autobiografico e la sua rappresentazione, con Alex Jennings nel ruolo dello scrittore e contemporaneamente del suo gemello fantasma che rimane a guardare la vita dalla scrivania, scrivendone una versione più fantasiosa e leggera.
Più che l’effettiva vicenda umana di questa donna misteriosa che vive in un furgone che per 15 anni Bennett le lascerà tenere parcheggiato nel suo vialetto di casa, all’autore sembra interessare il cortocircuito tra l’umana disperazione di questa storia di dolore e solitudine, e la capacità dell’arte di innalzarla a oggetto della reinvenzione letteraria: a Hytner rimane così ben poco spazio d’azione se non la decisione di appoggiarsi completamente alle rese attoriali, con Maggie Smith che com’è prevedibile si prende tutto il tempo per incastonare un’interpretazione tutta tesa a travasare il sangue di una carnalità reale in una figura che nasce con un’anima esibita fatta di carta.

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I coniugi Jocelyn Moorhouse e P.J. Hogan cuciono invece l’abito su misura a Kate Winslet per The Dressmaker, bizzarro crocevia di generi in paesino australiano in mezzo al deserto, polveroso e diroccato incrocio di strade con qualche casa e sparute botteghe: gli abitanti del luogo nascondono dietro la facciata della convivenza forzata una terrificante serie di crudeltà, segreti e angherie che si protrae da decenni.
Come in un western eastwoodiano, la mozzafiato Tilly Dunnage ritorna dalla sua vita cosmopolita in giro per il mondo della moda a regolare i conti con chi in passato l’ha accusata di aver assassinato il bulletto che la angustiava alle elementari; nel frattempo recupera il rapporto con l’anziana madre sciroccata, Judy Davis di ruvida esuberanza.
kate_winslet_the_dressmakerIl sex appeal della donna di città finirà per mettere letteralmente a fuoco il villaggio, con sviluppi grotteschi e inaspettatamente drammatici, e contorno di parentesi rosa col ragazzone di buon cuore Liam Hemsworth, forse la linea narrativa meno convincente ed efficace di tutto l’impianto, mutuato dal best seller di Rosalie Ham.
Il film, dal décor un po’ fuori tempo massimo ma in linea con un certo ritorno delle messinscene nineties, trova la sua forza com’è chiaro nelle caratterizzazioni acide, alcune condite con genuina cattiveria: ma i riflettori sono tutti per Winslet, in grado di essere nella stessa inquadratura spigolosa e suadente, irresistibile e letale.