#TFF35 – 2557, di Roderick Warich

Una meditazione sulla morte in un thriller esistenzialista che colleziona influenze tra i nomi di spicco della tradizione cinematografica del sud est asiatico. Onde.

In una Bangkok incrocio del capitalismo più sfrenato, porto d’arrivo di gente poverissima proveniente dalle zone rurali, che diviene frequentemente meta di scambio sessuale destinata a soddisfare le richieste di turisti occidentali, il regista Roderick Warich mette in scena la sua personale meditazione sulla morte. Gli evidenti riferimenti al cinema del sud est asiatico (Wong Kar-wai, Hou Hsiao-hsien) devono intendersi più come influenze che come citazioni, la restituzione di un climax. Una location scelta anche per intercessione del produttore che l’ha eletta sua zona di residenza, e nella quale il regista ha condotto ricerche approfondite sulla cultura, sulla religione e su quanto potesse aiutarlo a leggere la realtà autoctona.

Dalla morte, però, è sottratta la violenza. Con l’intento di trasmetterne l’assenza, la scomparsa, la mancanza e il vuoto divenuto d’improvviso incolmabile. Il film è una storia di fantasmi per certi versi, altro topos ricorrente nella tradizione thailandese, quelli urbani che cercano lo stordimento per dimenticare sè stessi nel vortice di impulsi sfrenati dall’alcool e quelli confinati oltre le cinta simboliche della città, dispersi nei tanti villaggi e votati a scomparire nell’insignificanza.

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La trama è una sordida storia di denaro, un thriller esistenzialista segmentato in capitoli, raccontati dalla voce narrante di una delle protagoniste, mentre il dialogo è pressochè azzerato, sostituito in gran parte dal ricorso ai messaggi istantanei di un cellulare, facendo spesso ricorso agli emoticon, una destrutturazione del linguaggio autentica adoperata di frequente per favorire la comprensione data l’altissima presenza di stranieri nell’area, se non soppresso ma solo lievemente accennato, coperto da rumori soverchianti nel cuore di un temporale, nella pioggia scrosciante, nella confusione dei locali, dal latrato feroce dei cani, ulteriori indici di straniamento e cancellazione.

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Altra virgola tra le scene sono le dissolvenze al nero, la tomba dell’immagine, dal quale emerge una voce a reclamare viisibilità, l’attenzione che la porterà invece a tacere. Fantasmi. Condannati a vagare in una perenne insoddisfazione di morte.

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