#TFF35 – Lorello e Brunello, di Jacopo Quadri

Lorello e Brunello sono due agricoltori della Maremma. Da sempre, si occupano della propria fattoria. Mungono, tosano e portano al pascolo le greggi, oppure arano, selciano e ferilizzano i loro acri di terra. Un lavoro di routine dove l’incombenza si mostra nel giorno stabilito, che sia la natura o la volontà dei due a deciderlo. Un tempo che però è scandito dalla suddivisione più netta, le stagioni, che tagliano in quattro perfino il film: circa venti minuti per ciascuna. Un sezionamento che non guarda alla comodità, ma tiene viva l’importanza del luogo in cui si animano i personaggi. Non c’è strappo nell’immagine di Jacopo Quadri, perché ciascuno non è immaginabile senza il vicino, che sia pianta, animale o persona.

A differenza di molti cui urge il racconto dell’agricoltura contemporanea, quella intensiva, dove un po’ di violenza e cruenza in più sono ben accette, magari perché il mercato urla alla consegna immediata, Quadri sposta l’occhio sull’interdipendenza fra gli abitanti del posto. Il gesto della ripresa è delicato, curioso ma non invasivo, addirittura affettuoso. Ma è un affetto che non si erge su abbracci fraterni o aneddoti di vita. La convivialità è quasi messa al bando; ci sono pochissimi inserti chiacchierati e si evita di ricorrere al vino e alle carte come tappabuco linguistico o narrativo. La parola, quando c’è, è spesa in virtù del fare, oppure si rivolge a quel frammento ascoltato al TG, che parla del caldo afoso, che mostra uno speech di Trump (vedi la battuta sul muro), perché il privato, quello veramente tale, si mostra solo al di fuori dell’inquadratura. L’unico fil rouge è l’anziana signora che vive poco distante dai gemelli. Li ha visti crescere, conosceva la zia e si lamenta dai tanti sacrifici, alcuni inutili. Tre, quattro argomenti, cosa non insolita in persone con età, ma sembra esserci una conduzione dietro. La donna ripete, come si ripetono le manzioni, come si ripetono le stagioni. Lorello e Brunello hanno perso i genitori prematuramente, ne hanno ereditato fattoria e terreni, e ripetono quanto fatto da loro. La natura in quale modo è la ripetizione e forse spinge ad essa coloro che si occupano, che vivono con e di lei.

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La parte più interessante è il lavoro sul suono, in presa diretta, e sulla colonna sonora. Il primo, coaudivato dal montaggio di Quadri, sposa intimamente e con efficacia un’immagine che di per sé diffonde potenza e non per una composizione maniacale ma per l’attenzione al dettaglio, anche della luce. La seconda, a volte superflua, irrompe ora con tonalità da dramma agreste e poi con atmosfere di pop elottronico. Una commistione che cerca la continuità inseperabile anche fra le generazioni.

 

 

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