#TFF36 – Ragazzi di stadio, quarant’anni dopo, di Daniele Segre

Il mondo ultrà sconta indubbiamente il pregiudizio e lo stereotipo di una fama negativa che lo etichetta come infiltrato dalla delinquenza, ostaggio di un frangia di nullafacenti, ma un’analisi più attenta può aiutare a ricollocarlo in maniera più sfumata e, dietro l’esibizione di chiari simboli di riconoscimento, evidenziare una fede trascendente e lontana dal disimpegno altalenante del supporter, accostabile per alcuni versi al fans universe dei comics, ma probabilmente un unicum per la dedizione manifestata alla causa.

Con Ragazzi di stadio, quarant’anni dopo presentato in anteprima mondiale al Torino Film Festival, Daniele Segre torna dentro l’immaginario del tifo già affrontato nei suoi due film Il potere deve essere bianconero (1977) e Ragazzi di Stadio (1980), da quale fu anche tratto un libro fotografico, e che rappresentano materiale di repertorio per ripartire e riaprire un discorso a distanza di tempo. L’archivio del cineasta è la base di collegamento con il presente, fatto oggi come allora di cortei, riunioni, preparazione ed allestimento di coreografie, un passepartout prestigioso per l’ingresso tra le fila di due gruppi storici di sostenitori della Juventus, quello dei Fighters, creato da Beppe Rossi, e quello nato il 26 Ottobre 1988 con uno striscione comparso in Curva Filadelfia dello stadio Olimpico di Torino, I Drughi, in ossequio, probabilmente non autorizzato, del gruppo di indubbia fama forgiato da Stanley Kubrick per Arancia Meccanica, collettivo dal quale proviene gran parte delle interviste che pilotano il racconto nell’attualità.

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L’estrazione popolare dei componenti è piuttosto chiara, l’unione non si può escludere sia un altro modo di riscatto sociale, ad esempio per le vittime di un destino di emarginazione, ma che era l’occasione una volta, adesso molto meno, per reclamare un’appartenenza di classe. Così come è evidente la voglia di servirsi di una cortina fumogena che dissolta la nebbia diffonda e confonda con la magia dei colori considerati sacri e degni di rispetto, talmente importanti da essere anteposti alla scuola e persino alla famiglia dentro un’abnegazione religiosa. Al pari di una chiesa iconoclasta infatti, i nomi dei giocatori sono subordinati all’ottenimento della vittoria, ha una gerarchia (il capo guerra, il lancia cori, l’addetto alla logistica), delle regole ed un codice che comprende, tra le altre cose meno altisonanti, la violenza fisica, anche se la confina in un’espressione di rivalità calcistica (per dovere di cronaca negli anni alle mani nude si sono sostituite armi di ogni genere, coltelli, spranghe, pistole). Gli scontri prima o dopo i match, sono il momento di verificare il coraggio nel confronto con gli antagonisti di turno, nonché la posizione raggiunta all’interno dell’organizzazione.

Tutte le informazioni vengono fuori dal distacco con il quale il regista adopera la macchina da presa, da semplice osservatore registra la risposte omettendo le domande, che poi non sono altro che recupero della memoria e interesse documentaristico di esperienze vissute o da vivere. Una tattica ideale quella di raccogliere le testimonianze attraverso degli spaccati vocali dei protagonisti, da raggruppare poi strategicamente in una composizione che ne rivela i tratti distintivi singoli e collettivi, dall’appartenenza politica, fieramente rivendicata, all’aspetto goliardico ed aggregativo. A chiudere il cerchio slogan e cori sono ripresi lontani dai campi da calcio, principalmente sulla strada, in un continuo cambio di direzione, grido di battaglia o d’incitamento, a gioire e soffrire insieme, uno spazio, quello del terreno di gioco, ormai tabù per alcuni tifosi colpiti da diffida e successivamente dal Daspo, che li obbligano a stare lontani, circondati dalla solidarietà delle curva, che gli si stringe attorno.

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