#TFF37 – Un mondo a parte: Magari, di Ginevra Elkann

Un ritratto, una visione di felicità. Istantanee di nozze. L’immagine di due persone che si stanno sposando sull’altare.  Che guardano in macchina. Non sono sempre le stesse. Padre e madre. Padre con la compagna. Figlia con un ragazzo da poco conosciuto. Sono vive ma sembrano immobili. Quasi statue di cera. Forse è l’immagine-simbolo di Magari, opera d’esordio di Ginevra Elkann. Nella rappresentazione delle sue figure di cristallo, nei luoghi che appaiono forse come tracce di una memoria ma che non riprendono mai vita. Una vacanza d’inverno al mare. L’inizio degli anni ’80. Forse non è ricordo ed è soltanto immaginazione. Oppure tutte e due le cose.

Sebastiano, Jean e Alma sono tre fratelli figli di genitori divorziati. Vivono a Parigi con la madre che si è convertita alla fede ortodossa ed è in attesa di un altro figlio. E si ritrovano a passare le vacanze di Natale con il padre italiano Carlo, totalmente inaffidabile, che si sta buttando corpo e anima su un copione cinematografico che potrebbe cambiare la sua vita. Assieme alla sua assistente Benedetta vanno in una casa al mare vicino Roma, a Sabaudia, dove scoppiano tutte le tensioni.

---------------- inserzione pubblicitaria ---------------

----------------------------------------------------------------

Il mondo in una stanza. Prima la chiesa, poi l’appartamento francese, poi la casa a Sabaudia. Ma anche in una stanza dell’immaginario della Elkann. Che segna le tappe di un altro lessico familiare nel cinema italiano. Con una spinta dalle parti di quello francese. Con l’immagine dei ragazzi sul motorino che potrebbe essere quasi un frammento anni ’90 tra Dumont e Assayas in cui viene consumata Prima di andare via di Riccardo Sinigallia. Si, l’educazione sentimentale di Magari segue uno schema facile. Compiaciuto per farsi piacere. Guarda a Placido e Salvatores ma sembra più vicina a Veltroni cineasta. Con cui condivide anche Stella stai di Umberto Tozzi, nella colonna sonora di C’è tempo. E per non farsi mancare nulla, basta cantare anche in macchina Se mi lasci non vale di Julio Iglesias secondo lo schema Moretti. Perché si, sarà passato di moda. Ma è sempre figo farlo.

Tutte le canzoni e i film della sua vita in Magari. E tutti i suoni. Le lingue. Italiano e francese. Con Vacanze di Natale che passa in tv. Da Cortina a Sabaudia. Il film di Vanzina come illusione proiettata sul piccolo schermo di una vacanza sulla neve, con i ragazzini con piumoni e Moon Boot. E lo scarto tra classi sociali differenti.

---------------- inserzione pubblicitaria ---------------

---------------------------------------------------------------

Un film d’esordio che ha una malinconica decadenza. In cui tutti gli enormi disagi si avvertono nelle costruzioni delle scene drammatiche. Con il padre che urla, il ragazzino che si fa male, il cane investito. Con uno sguardo adolescenziale (e di desiderio) che resta tutto sotto traccia. Perché le presunte urgenze di questo cinema sono altre. Eppure c’era un viaggio a Roma con Benedetta, forse il momento davvero riuscito di un film che probabilmente solo in quel momento cerca di non farsi piacere, con Alba Rohrwacher che è l’unica che sembra metterci il cuore nel suo personaggio, rispetto alle prove sottotono di Riccardo Scamarcio e Céline Sallette. La ribellione, l’amore, la paura, il dolore, la rabbia. C’è un campionario di descrizioni di attimi. Che passano e volano via. Sul vento del mare, della spiaggia. Dove queste vite, questi mondi restano impermeabili. Non è la scrittura che non li fa dialogare. Basta andare dalle parti di Farhadi di About Elly. Ma qui le tensioni sembrano solo un affare di famiglia. Ci deve piacere quello che si vede all’esterno, ma non bisogna immischiarcisi troppo. Guardando ancora a Veltroni, ‘c’è tempo’ per risolvere un cinema apparentemente immediato e in realtà concettualmente ingarbugliato.

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *