The Comet is Coming. Quando Shabaka ci avvertì che la fine era vicina

Ci siamo, la cometa è in arrivo. Il periodo natalizio è quello più giusto per affidarsi agli astri, per seguire le stelle, farsi ammaliare dalla loro impareggiabile lucentezza. C’è però uno spirito molto poco consolatorio nel suono prodotto da The Comet is Coming, trio nu jazz di stanza a Londra che è da annoverare tra le novità musicali più interessanti degli ultimi anni.

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L’arrivo della cometa, per Shabaka & Co., prevede effetti catastrofici, estinzioni di massa, è un definitivo punto di arrivo da accogliere come possibile principio di rinascita.
Ma da dove iniziare? Quale direzione adottare per provare ad inquadrare un poliedro dalle infinite facce come The Comet is Coming?
Forse sarebbe il caso di partire dalle origini, invertendo – per ora – il processo palingenetico innescato dalla band (Because the End is Really The Beginning, recita il titolo di una loro traccia…).

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La leggenda vuole che, ad un concerto dei Soccer96, Dan Leavers e Max Hallett chiamavano sul palco un esagitato Shabaka Hutchings, accanito fan che, per l’occasione, si era portato dietro il fido sax ed aveva iniziato a suonare sulle basi elettro-trance del duo londinese.
Il progetto The Comet is Coming era forse già tutto lì. Le contaminazioni afro-beat di Shabaka, il suo impegno civile (in riguardo a ciò, si rimanda al monumentale Your Queen is A Reptile realizzato coi Sons of Kemet), si fondevano allora con le atmosfere shoegaze di As Above So Below, al muro di suono di Megadrive Lamborghini.
Quindi ai The Comet is Coming riesce un’operazione mai vista prima, quella di mescolare il vecchio ed il nuovo con una coerenza inaspettata. Malgrado le vicende politiche, il Regno Unito che esce fuori dai loro dischi sembra una terra (musicalmente) amalgamata come non mai.

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Le attività parallele di Shabaka sono probabilmente il faro della nuova generazione jazz/r’n’b inglese, orgogliosamente meticcia e proletaria. Esperienze come i Kokoroko, GoGo Penguin, Sarathy Korwar, Tenderlonious, Yazz Ahmed sono la voce di un Commonwealth che è vivo nei club, nei distretti caraibici tipo Hackney e Brixton.
Ai Comet is Coming il compito di recuperare quelle sonorità e fonderle con la tradizione elettro-rock inglese.

Trust in the Lifeforce of the Deep Mystery e The Afterlife, entrambi usciti quest’anno, sono la dimostrazione di tutto ciò. Un doppio LP in cui il mistero è solo apparente e la mistica dei titoli lascia ben presto il posto ad una gangbang melodica dai mille rimandi: Sun Ra e Fela Kuti strizzano l’occhiolino ai Pink Floyd di Syd Barrett (quelli di The Piper at the Gates of Dawn e A Sauceful of Secrets), Kate Tempest rappa su melodie che sembrano l’incontro tra Underworld e Slowdive.
È un Big Bang di percezioni, una Odissea nello spazio che non può prescindere dal dato visuale, dalla sua essenza performativa.

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Così, negli spezzoni dell’ultimo Glastonbury reperibili sul tubo è evidente la modernità del trio, dovuto alla definitiva sostituzione della chitarra elettrica con il sax di Shabaka. Il rock di domani sembra avere gli assoli di sassofono.
Ma la fine è davvero un inizio. Alle psichedelie musicali The Comet is Coming associa un’altrettanto ben pensata orgia di riferimenti visivi, allega videoclip che rimandano immancabilmente alla videoarte di Nam June Paik, Tina Keane e David Hall.
Ed è forse per questa transmedialità sfacciata, per questa dichiarata necessità di intercettare passato, presente e futuro in un plurimo meccanismo narrativo che del 2019 andrebbe salvata la forza propulsiva di The Comet is Coming.
Il 2020, poi, potrebbe essere un’incognita. La cometa è in arrivo, non dite che non eravamo stati avvisati…

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