The Fire Within: a requiem for Katia and Maurice Krafft, di Werner Herzog

L’omaggio ai vulcanologi scomparsi nel 1991 è una celebrazione dell’atto di filmare l’impossibile. Di contemplare le meraviglie e le tragedie del mondo. Un capolavoro.

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“Pura vida” dice Herzog a proposito dei viaggi e dei filmati dei Krafft. “Avrei fatto di tutto per essere lì con loro” aggiunge. Sì, perché questo nuovo capitolo dedicato ai vulcani, dopo Into the Inferno, è forse davvero il film definitivo che il regista tedesco avrebbe voluto fare e che non ha mai realizzato. Fino a oggi. Fino a questo straordinario requiem che usa il materiale d’archivio di Katia e Maurice Krafft e che Werner Herzog monta, commenta, analizza, contempla insieme agli spettatori. Un po’ come in Grizzly Man. Lì c’erano i filmati in digitale sugli orsi di Timothy Treadwell, integrati dallo stesso regista che entrava in scena con interviste e “scene” nuove. In The Fire Within dominano invece su tutto le magnifiche immagini in pellicola 16mm dei due vulcanologi, uccisi il 3 agosto 1991 dall’eruzione del Monte Uzen in Giappone. Ed è da qui che il film inizia, con la ripresa degli ultimi istanti di vita di Katia e Maurice sulla scena dell’eruzione, un tragico epilogo a cui Herzog ritorna ossessivamente in una sorta di ri-messa in scena della imago mortis che il suo cinema estremo, di vitalità e sacrificio ai confini del mondo ha da sempre sfiorato.

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Sono gli stessi confini del mondo continuamente toccati con sprezzo del pericolo da Katia e Maurice Krafft, la prima con il suo corpo minuto, impegnata a fare fotografie oppure a essere la modella accanto o davanti all’apocalisse, sempre al centro delle inquadrature di Maurice, il filmaker. Herzog sa di avere a che fare con sequenze e luoghi che sembrano set apocalittici provenienti dal suo miglior cinema: le eruzioni nelle isole islandesi, l’intera isola nelle Filippine annientata e filmata appena prima di essere travolta dalla lava, il monte Saint Helens nello Stato di Washington nel 1980. E poi la terribile testimonianza della tragedia in Nevado del Ruiz in Colombia, con oltre 25 mila vittime, fatta di immagini impressionanti che si alternano alle testimonianze verso le comunità distrutte, gli animali e gli uomini uccisi dalla lava. Tutte tappe ripercorse dalla voce di Herzog e dai filmati della coppia, col passare degli anni sempre più ipnotici, lirici, ineluttabili.

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Sembra quasi di vedere una sorta di sequel di Fata morgana, con Herzog che racconta gli avvenimenti documentati dai Krafft, le loro avventure, persino la trasformazione visiva e qualitativa  delle loro immagini, inizialmente di stampo turistico e poi gradualmente sempre più cinematografiche, assolute. “Col tempo il loro sguardo da scientifico, diventò umanista” osserva il regista e così il film oltre alla dimensione allucinatoria tipicamente herzoghiana riesce a trovare anche un suo cuore sentimentale, un’anima compassionevole e romantica nei confronti dei due protagonisti, della loro folle incoscienza e dell’eredità della loro opera. Ci sono l’amore, lo stupore e anche la malinconia per tempi e azioni che non torneranno più. E alla fine si resta attoniti e commossi di fronte a questa ennesima celebrazione dell’atto di filmare l’impossibile. Di contemplare le meraviglie e le tragedie del mondo. Di vivere fino all’ultimo la propria missione e la propria sfida alla Natura. Che altro dire? Un capolavoro.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5
Sending
Il voto dei lettori
4 (1 voto)
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