The Rocky Horror Picture Show, di Jim Sharman

Labbra cremisi su sfondo nero voluttuose iniziano a intonare una canzone. Ci invitano ad assistere al doppio spettacolo notturno di fantascienza (Science Fiction/Double Features) – rigorosamente dall’ultima fila. Perché sono i protagonisti di quei generi cinematografici spesso riposti negli scaffali più in basso, impolverati nella memoria di qualche appassionato, che The Rocky Horror Picture Show (e il musical teatrale che lo precede di due anni) vuole celebrare: Michael Rennie di Ultimatum alla Terra, Flash Gordon, L’uomo invisibile interpretato da Claude Rains, Anne Francis del Pianeta proibito, e molti altri che vengono ininterrottamente citati nel film. Una lunga tradizione che TRHPS guarda non con nostalgia o rimpianto ma con spirito eversivo, in linea con quelle storie che oltrepassavano l’ordine costituito per rientrarvici dalla porta di servizio. Questo andare oltre l’autoreferenzialità del genere, cavalcando uno stile e piantando il seme di un discorso legato a un presente storico e culturale, spiega in parte il successo indomabile che da più di quarant’anni accompagna qualsiasi rappresentazione del musical: Tim Curry, qui al suo esordio sul grande schermo, in tacchi, calze a rete, corsetto e filo di perle, che fa il suo ingresso presentandosi ai casti fidanzatini Brad e Janet (Susan Sarandon) come il dottor Frank-N-Furter e cantando Sweet Transvestite, è diventato l’icona di una sessualità sfrontata, libera e liberatoria – che non distingue tra uomini e donne –, e satura di un piacere che spesso viene represso e considerato deviante. Così la sua creatura – una rappresentazione parodica di Frankenstein, la Mummia, Ercole, Steve Reeves… – è un uomo muscoloso e attraente, messo al mondo grazie a un liquido arcobaleno con il solo scopo di soddisfare il desiderio sessuale del protagonista.

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La narrazione, poi, è un susseguirsi di situazioni esplicite e grottesche, a volte senza senso, funzionali a uno spettacolo glam rock che ancora una volta mette il suo estremismo in primo piano, frontalmente, in modo che sia impossibile scansarsi: imparare i passi del Time Warp è un attimo – basta seguire le indicazioni del Criminologo – ma è la spinta pelvica che ti fa impazzire sul serio, un movimento spudorato che, se ripetuto di continuo, può avere conseguenze estreme. Madness takes its toll, dice la canzone, cioè la pazzia ha un prezzo e un peso: il comportamento libidinoso e violento di Frank (la scena del massacro di Eddie e della cena) sarà il segnale della sua dipartita per mano dei due servitori, Magenta e Riff Raff (Richard O’Brien, autore tra l’altro del musical). Si passa quindi all’atto finale, onirico e drammatico: Don’t Dream It, Be It è il grido sussurrato di Frank prima di congedarsi dal suo pubblico immaginario, prima che Fay Wray scortata dal suo King Kong esca da quel vortice di celluloide su cui svetta il logo della RKO. Il sipario si chiude. I nostri supereroi Brad e Janet sono in salvo, un po’ confusi da questa esperienza e non proprio certi di ciò che comporterà (lost in time and lost in space. And lost in meaning).

Cosa abbiamo visto? È difficile rispondere e personalmente non è la domanda che farei. Passare alla prima persona esemplifica la natura stessa di questo musical: TRHPS è prima di tutto una liturgia, un’esperienza individuale e collettiva che da anni si consuma nelle sale, specialmente all’estero e negli spettacoli di mezzanotte. Le persone si ritrovano vestite come i loro beniamini, prendono parte alle proiezioni, e interagiscono con i personaggi sullo schermo, cantando, urlando frasi in risposta ai dialoghi e utilizzando oggetti vari. Un cult ogni volta diverso insomma, che supera la nozione comune di film rivelando l’essenza del cinema stesso, di materia incompiuta che ha bisogno di un pubblico per esaurire il suo processo creativo.

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Titolo originale: Id.
Regia: Jim Sharman
Interpreti: Tim Curry, Susan Sarandon, Barry Bostwick, Richard O’Brien, Meat Loaf, Patricia Quinn
Durata: 100’

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Origine: USA, Regno Unito 1975
Genere: musicale, commedia, orrore