Thunder Road, di Jim Cummings

Ispirato all’omonimo cortometraggio del 2016, un film dove il regista mette in gioco tutto se stesso con una sincerità così esibita e urlata che si finisce per non crederci più

L’autobiografismo può essere una risorsa oppure una trappola. Jim Cummings si getta con tutto se stesso in Thunder Road, realizzato nel 2018. Il regista, anche protagonista, sceneggiatore, compositore e montatore, crea il proprio doppio attraverso la figura di Jim, un poliziotto texano che cerca di fare sempre la cosa giusta ma invece si mette spesso nei guai. Dopo la morte della madre, la sua vita non è più la stessa. Nel lavoro si caccia spesso nei guai e le cose peggiorano ulteriormente quando l’ex-moglie Ros, che sta pianificando di trasferirsi assieme al nuovo compagno in un’alra città, chiede la piena custodia della figlia di 9 anni.

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Non ci sono filtri in Thunder Road. Cummings, al suo secondo lungometraggio dopo No Floodwall Here del 2010, esibisce tutta la fragilità del suo personaggio a cominciare dal piano sequenza iniziale del funerale, il cui monologo era al centro del suo omonimo cortometraggio del 2016 che ha vinto il Gran Premio della Giuria al Sundance. Dall’apertura ci sono già tutti gli elementi su cui il film si sviluppa, cioè la necessità di Cummings di mostrare il dolore nell’incapacità di interagire con gli altri, di non controllare le reazioni del corpo che prevalgono sempre su quelle della ragione.

Thunder Road cattura la verità di una disperazione autentica ma il problema è che è proprio la recitazione di Cummings a renderla più artificiale; il suo personaggio infatti è molto più interessante della sua interpretazione. L’egocentrismo della sua recitazione si mangia quasi completamente il film, devasta anche alcuni momenti intensi come il desiderio e l’impossibilità di avere un rapporto con la figlia evidente nella scena del gioco delle mani o soffoca figure che avevano sulla carta un potenziale drammaturgico come il collega Nate. L’autobiografismo non è controllato né limitato. Per passare dalla vita al cinema, ci sono delle scene che funzionano e altre no. Cummings non ha fatto distinzione e Thunder Road va presto alla deriva anche perché si avverte la difficoltà nel passare dal registro comico a quello tragico. E i limiti più evidenti si avvertono proprio nel momento in cui il film prova ad allargare il campo e mostra il poliziotto con il suo collega in azione dove sembra un’imitazione maldestra di un film di Kevin Smith.

Thunder Road poteva essere un film di luoghi, di spazi perduti (l’accademia di danza della madre), di identità, di ricerca di quella terra promessa di cui si parla nella canzone di Bruce Springsteen che da il titolo al film ma che, anche se citato, non si sente mai. “Non ho più niente”, grida Jim davanti ai colleghi. Lì, in quel mettersi a nudo, c’è proprio tutta la sincerità urlata del film. Non cerca la compassione, ma emerge proprio il perverso piacere di andare alla deriva. Sotto questo aspetto poteva essere un film devastante. Ma quando la sincerità è ripetuta con questa insistenza, si finisce per non crederci. E si porta via tutti i momenti e i personaggi attraenti di quello che poteva essere tutto un altro film.

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Titolo originale: id.
Regia: Jim Cummings
Interpreti: Jim Cummings, Kendal Farr, Nican Robinson, Jocelyn DeBoer, Macon Blair, Chelsea Edmundson
Distribuzione: Wanted Cinema
Durata: 92′
Origine: USA, 2018

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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