TORINO 29 – “Seh-o-nim (Three and a half)”, di Naghi Nemati (Concorso)

L’Iran di Seh-o-nim è un’immagine liquida, sfuggente e vuota, è la pioggia che sfronda ogni contorno di una fuga impossibile, è la distesa d’acqua nella quale si specchia la protagonista fino a scomparire in essa. Eppure qualcosa rimane, anche se la libertà non esiste e la speranza è solo un movimento a perdere, è il persistere testardo e disperato della vita
three and a halfTre e mezzo, sono le donne del secondo lungometraggio di Naghi Nemati. Tre donne e il bambino portato in grembo da una di esse, che decidono di tentare di resistere e lasciano una Teheran senza più volto per inseguire, oltre il confine, un sogno di libertà. Ma il confine è solo un miraggio, oltre alla libertà il regime iraniano ha messo a morte anche la speranza, e ad aspettarle c’è solo il rumore della pioggia che inghiotte le tracce del loro cammino e cancella l’immagine di un altrove dove poter evadere. La loro realtà, il paesaggio funereo e opprimente che Nemati attraversa in Seh-o-nim, è un seme malato che già ha corrotto i suoi figli, prima ancora che possano nascere. Come il feto di Hanieh, destinato alla sconfitta già prima di aver conosciuto la vita. Tre fuggitive dalle storie diverse, ma che condividono lo stesso passato, quello di una sconfitta che continua a bruciare sotto pelle e di fronte alla quale Hanieh e le sue due amiche decidono di non doversi arrendersi. Non esiste differenza tra la prigione e l’Iran, sussurra di rabbia una delle protagoniste all’uomo che aveva promesso loro un sogno irrealizzabile, quello dell’evasione, per questo le donne di Naghi Nemati, novelle Thelma e Louise, non hanno nulla da perdere e, nella loro fuga senza altrove, si lanciano nel vuoto, perché è meglio cadere inseguendo lo spettro di una libertà impossibile che non sprofondare nel paesaggio di morte e senza via d’uscita che le circonda. Le donne di Naghi Nemati, fantasmi velati di bianco derubati del futuro che rimangono, fiere e ostinate, a guardare sulla spiaggia il volo del loro aquilone mentre il vento sferza i loro volti, hanno la bocca amara e il cuore grondante, ma sono decise a non fermarsi, come il cinema iraniano. L’Iran di Seh-o-nim è un’immagine liquida, sfuggente e vuota, è la pioggia che sfronda ogni contorno di una fuga impossibile, è la distesa d’acqua nella quale si specchia Hanieh fino a scomparire in essa. Eppure qualcosa rimane, anche se la libertà non esiste e la speranza è solo un movimento a perdere. A rimanere è il persistere testardo e disperato della vita, che diventa l’ultima forma di resistenza possibile. E al silenzio mortifero che attanaglia il mondo che circonda le tre donne di Seh-o-nim, Naghi Nemati oppone la resistenza dei corpi e il calore che rimane anche dopo loro passaggio.
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