TORINO 31 – La última película, di Raya Martin e Mark Peranson (Onde)

Fine del mondo. Come, dove, perché si girerà la ultima pelicula della nostra civiltà? Ennesimo grande esperimento teorico per il giovanissimo Raya Martin, che fa detonare le vestigia di ogni linguaggio lasciando sul campo solo sublimi siti archeologici dell’inquadratura: spezzoni, sovrimpressioni, trucchi ottici(e)digitali, immagini mancanti (missing), che si susseguono senza soluzione di continuità. Sino alla fine?

Fine del mondo. Come, dove, perché si girerà la ultima pelicula della nostra civiltà? Da più di dieci anni il giovanissimo regista filippino Raya Martin (classe 1984) ha imposto un personalissimo modo di riflettere e ripensare la memoria condivisa, del suo Paese e del cinema tutto, esorcizzando a viso aperto la trasmigrazione del corpo del film dalla pellicola al bit digitale. Esorcizzando una morte. Il discorso etico sui supporti diventa istantaneamente estetico e apre un intero universo insondato per la sua famelica foga sperimentale: Now Showing, sempre e comunque.

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Ora: accade che il suddetto giovanissimo cineasta incontri un critico cinematografico canadese, Mark Peranson, e insieme decidano di improvvisare un film sulla fine: ambientandolo nel fatidico 21 dicembre 2012 del calendario Maya, nel cuore di quella civiltà, lo Yucatan. Unica parola d’ordine di questo straordinario (non)film diventa autodistruzione: il protagonista è un regista che vuol portare a termine a tutti i costi il suo western estremo, la ultima pelicula da girare sulla Terra, piegando la sua macchina da presa tra gli scarti e le rovine della prima civiltà conosciuta, perché “la memoria è fragile, i rifiuti durano per sempre”. Convinto che il cinema sia finito con la fine della pellicola, con la tangibile mancanza di una materia da toccare e sviluppare: ecco, se Dennis Hopper nel 1971 filmava sulla sua pelle le macerie di un’epoca e di un sogno rivoluzionario (il modello dichiarato di questo film è ovviamente The Last Movie), Martin e Peranson associano quelle stesse rovine alla civiltà di un eden cinematografico ormai perduto. Echi di Orson Welles, Michael Cimino, John Wayne, si percepiscono flebili e lontani.

Implodono e detonano così (come una bomba nucleare, citata letteralmente) le vestigia di ogni linguaggio, lasciando sul campo solo sublimi siti archeologici dell’inquadratura: spezzoni, sovrimpressioni, trucchi ottici(e)digitali, immagini mancanti (missing) che si susseguono senza soluzione di continuità. È lo stesso film pertanto che diventa rovinato, esploso e mancante, sovrapponendo senza nessuna differenza semantica i concetti di fine del mondo e fine dell’immagine. La ultima pelicula diventa così un The Canyons lisergico e disordinato, un Road to Nowhere ironico e anarchico, un travolgente abisso della diegesi che rilancia ogni fine all’infinito. Un palese paradosso…

Ed è in questo caos di personaggi, formati e supporti alla deriva (pellicola, video, digitale, alta e bassa definizione si susseguono in questo film-nel-film-nel-film), che il percorso di ri-animazione del cinema sottinteso da Raya Martin comincia a prendere forma. Perché Raya viaggia in direzione sottilmente contraria a quella del suo protagonista, e all’Apocalisse sbandierata risponde con una feroce ironia (anche su se stesso e i suoi film precedenti…) arrivando a confinare le sue ultime inquadrature nel riflesso di uno specchio opprimente. Ci si deve guardare in faccia per ricominciare, insomma. Serve un nuovo specchio che rifletta il nostro punto di vista mancante per poi voltarsi a guardare finalmente in faccia i propri spettatori. Mettere al sicuro il proprio sguardo e rassicurarsi che ci sia qualcuno oltre quell’obiettivo. Perchè in fondo è solo terminata la (ultima) pelicula, non certo le persone che vi gravitano dentro/dietro/davanti. È questo il punto: rimaniamo ancora noi la sola next attrction di cui il cinema ha bisogno.

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