Tótem, di Lila Avilés

In Concorso, la cineasta messicana costruisce una danza rituale intorno alla trasmigrazione di un’anima. La casa, i personaggi e l’impianto formale si allineano all’unisono al cerimoniale

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Trattenere il respiro è la prima cosa che vediamo fare alla bambina protagonista del nuovo film della messicana Lila Avilés: è un gioco che fa in macchina con la madre, questo di non respirare fino alla fine di una galleria, e poi esprimere un desiderio, da catturare insieme al fiato che recupera aria, a bocca aperta. E sembrano trattenere il respiro tutti i piccoli pianosequenza che costituiscono l’opera, sospesi in una sorta di bolla contratta, di camera iperbarica formale: qual è l’elemento che tiene ogni cosa in una tale tensione? Si tratta dalla malattia incurabile e debilitante del padre della piccola Sol, pittore che viene accudito in una casa piena di donne, sorelle, badanti, parenti, compagne.
La prima sezione di Tótem è tutta una serie di istanti di preparazione, bagni e docce e vestizioni come se i personaggi fossero in camerino in attesa di salire sul palco (anche qui, come nella figura della madre di Sol che lavora nello spettacolo, ritorna l’importante esperienza di Lila Avilés come regista teatrale): e in effetti una messinscena a cui partecipare c’è davvero, il party di compleanno del papà malato, un raduno di amici e parenti a metà tra l’omelia funebre con il protagonista non ancora morto, e il rituale collettivo. L’aspetto più conturbante del film di Avilés sta infatti in questa dimensione sciamanica, in questa spiritualità della terra, in questo percepire magico del ciclo ritornante di vita e di morte, circolare e perpetuo appunto come i movimenti di macchina che disegnano spirali incessanti attorno ai personaggi – lo esplicitano i discorsi di augurio durante la festa, e soprattutto la visitazione di questa medium in grado di purificare la casa dalle presenze negative.

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Qual è il totem attorno a cui danza tutto l’apparato del film, allora? Il maschio debilitato che va sostenuto dall’intero “gineceo”, o lo sguardo che viaggia ad un’altezza tutta sua veicolato dalla nutrita compagine di bambini che attraversa e scompiglia la casa? L’abitazione è tutta un nascondiglio, un angolo buio, un rifugio celato: ne approfittano non solo i bambini ma anche gli adulti, sembra sempre comparire una stanza in più, lo studio del nonno psicologo o un cucinino dentro cui ubriacarsi al riparo dalla folla della festa. Come la madre di Sol, chiaro alter-ego che si cela sotto il lenzuolo per la coreografia della bambina sulle sue spalle, Lila Avilés fa un film molto intimo e personale che si maschera di danza propiziatoria per la trasmigrazione di un’anima, gli spazi la luce i corpi i volti e l’intero impianto formale partecipano all’unisono al cerimoniale che recupera le vibrazioni di un sapere arcaico, che questo cinema riesce a rievocare con forza.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
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