#TSFF30 – 1989-2019: Wind of Change

30 anni dalla caduta del muro, che coincidono coi 30 dalla nascita del Trieste Film Festival. Questo il leitmotiv dell’ultima edizione della manifestazione, fortemente incentrata sulla vicinanza dei popoli di nazioni diverse, sull’importanza che ha l’arte di annullare i confini, in senso di pregiudizi razziali e rancori politici. Wind of Change è il titolo della retrospettiva che oltre a celebrare il trentesimo anniversario del Festival, vuole ricordare ad un’Italia colpita da quest’incessante vento di odio i progressi fatti in questi lunghi anni, per trasformarlo invece in un vento di cambiamento. Lo racconta il giornalista Alessandro Mezzena Lona, moderatore dell’incontro con alcuni dei registi dei film protagonisti della retrospettiva: “io ero presente in una piccola sala di Trieste quando si cominciava a dire: Trieste avrebbe bisogno di un Festival. Ne aveva avuto uno di fantascienza ma poi ci si era fermati. Si è così cominciato a pensare di guardare le terre, gli stati, le regioni che noi abbiamo visto sempre molto vicini“.


L’Europa centro-orientale, allora, alla base della manifestazione: “Nonostante guerre, nazionalismi, scontri, abbiamo sempre avuto una cultura molto comune”. Ecco, allora, che incominciò a nascere il Trieste Film Festival, che “all’epoca si chiamava Alpe Adria Cinema, perché c’era il progetto di Alpe Adria. […] Nacque con quello spirito di Mitteleuropa, di coesione. Il grande merito e la grande gioia nel poter vedere i film in questi giorni è rendersi conto che quel vento violento che sta soffiando sulle nostre case, qui non arriva. Il vento del cambiamento è ancora qui. Capire che quello che era il nostro sogno nel 1989 è ancora qui. Se il muro è caduto, non dobbiamo rimpiangerlo“.

Un attaccamento nei confronti del festival triestino condiviso anche dagli stessi ospiti, che a turno ricordano il loro primo positivo impatto con la manifestazione. Per Damjan Kozole per esempio “era il 2004. Presentavo il mio film Reservni Deli (Pezzi di ricambio) e c’era una bora così forte che era impossibile camminare“. Per Milcho Manchevski, autore di Before the rain, si è trattato invece dell’occasione per incontrare i propri miti, come il presente Krystof Zanussi (che al Festival ha presentato il suo ultimo film Ether/Etere):”quando ero un adolescente sognavo di andare in Polonia per andare a studiare cinema e guardavo al signor Zanussi come un esempio da seguire. […] Ricordo ancora ogni parola che lui mi disse, che nel futuro mi avrebbe incontrato a qualche film festival quando avrei fatto il regista. Ed eccoci qui, circa 25 anni dopo“.
Ma è a proposito del già accennato incontro tra differenti culture che il dibattito si accende, dove a farla da padrone è l’importanza politica che circonda l’evento. Mezzena Lona racconta infatti un aneddoto, riguardante Odja Kodar, compagna di Orson Welles nonché celebre attrice croata, che proprio al Festival rifiutò di entrare nella stessa sala in cui era presente anche Živojin Pavlović, regista serbo: “dimostrazione di come la politica non resta mai fuori da niente”.  Interviene ancora Kozole: “il TSFF è sempre stato un posto dove si è parlato anche di argomenti molto difficili. […] Secondo me questa è una vetrina molto importante per il cinema sloveno, non ci sono confini tra le nostre nazioni“. Anche Krystof Zanussi, interpellato su Ether e sulla connotazione fortemente metafisica della sua opera, arriva comunque a riflettere sulla situazione della società odierna: “credo che guardando la storia dell’umanità, non è successo mai nella storia, non è cresciuta mai una cultura, una civiltà, senza una prospettiva metafisica. Abbiamo perso la prospettiva metafisica e mi sembra molto inquietante. […] Per secoli siamo stati un continente guida, pur con tutti gli errori che abbiamo commesso abbiamo portato l’umanità avanti. […] Adesso vogliamo solo conservare i nostri privilegi e non sogniamo più un futuro migliore“.
Sorprendentemente attuale come non mai diventa poi il film di Kozole, Pezzi di ricambio, che già nei primi anni 2000 raccontava dell’illegale tratta di immigranti al confine della Croazia, con direzione proprio l’Italia: “Quando ho iniziato a lavorare sul film era il 2000 e non c’era nessun articolo su questo problema, sul traffico di migranti. […] Mi ricordo che dopo aver visto il film tutti dicevano ‘è impossibile, non è una storia vera’. […] Nel 2016 ho girato un breve documentario dove avevo girato quel film molti anni prima e quella rotta era ancora tanto frequentata dai rifugiati, come se niente fosse cambiato“.

Questa, allora, la funzione principale dei festival secondo gli autori: far conoscere realtà altrimenti sconosciute al pubblico, dar voce a chi altrimenti rimarrebbe inascoltato. Ma bisogna anche stare attenti a non perdere la propria identità. Dice infatti Manchevski: “si incorre nel pericolo in cui i festival che presentano tanti titoli possano perdere di identità e non far spiccare i prodotti validi. E quindi sono molto contento che esistano dei festival come il TSFF, perché si concentra su un focus più mirato“. Su questa deriva di alcuni festival, soprattutto di dimensione più grande e internazionale, sembra concordare il mentore Zanussi: “i selezionatori hanno paura che le loro scelte non piacciano ai loro superiori e vanno sul sicuro, scegliendo film simili a quelli premiati l’anno prima. Ora c’è molto conformismo, non esistono più i criteri, non c’è più saggezza, c’è tanta stupidità“. E continuando su questa linea, racconta di un interessante quanto sconvolgente retroscena: “mi è successo ultimamente di partecipare ad alcune sessioni di pitching. Una di queste era preceduta da una riunione tra gli organizzatori, dove veniva stilata una lista di temi che vanno di moda e fuori moda: coming—out è fuori moda, AIDS è fuori moda, il cancro è di moda, e così via. Dopo i giovani autori hanno dimostrato di conoscere questa lista, di sapere cosa piaceva ai direttori di festival per essere presi, e questo è molto pericoloso“. 

Tra i principali fautori di questo conformismo ci sono naturalmente i padroni del mercato cinematografico mondiale, ossia i prodotti statunitensi di stampo più commerciale. Ne parla ancora Manchevski: “un altro vantaggio dei festival è quello di dare possibilità a film minori, che non hanno nomi famosi, che non hanno dietro Hollywood, di essere visti da molte persone che porteranno i film nel loro cuore in futuro“. È infatti per seguire questo spirito che il regista macedone, dopo il successo di Before the rain (vincitore del Leone d’Oro a Venezia), dopo averlo visto inserito tra i “migliori 1000 film mai realizzati” secondo il New York Times, ha scelto poi di rifiutare di entrare nel “sistema” hollywoodiano: “una cosa che io non conoscevo all’epoca è che non si può creare o avere autonomia narrativa quando si lavora dentro il sistema. Quindi la mia soluzione è stata quella di lavorare in Europa o a New York come regista indipendente[…] La cosa che ritengo più importante, guardando al periodo prima di Before the rain è che son riuscito a creare dei film nuovi, prima di pensare esclusivamente a se funzionassero o meno per il mercato“. Si scagliano contro Hollywood e il loro dominio nella programmazione delle sale anche i coniugi Jakubisko, ossia il regista Juraj autore di Sedìm Na Konàri Je Mi Dobre (Sono seduto sul ramo e mi sento bene) e la moglie Deana, interprete di molti suoi film e che per l’occasione gli fa anche da traduttrice: “dopo la caduta del muro di Berlino c’è stata un’idea in Francia, partita da alcuni registi, di formare un gruppo di produttori e registi affinché si creassero delle quote di finanziamenti per il cinema europeo, per proiettare questi titoli al cinema. Perché il problema è che quando si vuole fare un buon film, con un bel linguaggio, è giudicato troppo costoso e non c’è mercato. […] I festival una volta, negli anni ’80, ’90 e inizio 2000, erano una buona occasione per un film per essere distribuito nel resto dell’Europa. Ora non succede più, perché le distribuzioni non ne tengono più conto, privilegiando solo gli americani“.
Pur avendo bersagli differenti, ora i festival maggiori ora il monopolio statunitense al cinema, tutti gli autori sembrano allora convenire sulla crisi della funzione non solo artistica ma anche (giustamente) economica di molte manifestazioni cinematografiche. Non resta, forse, che ripartire da qui, nell’anno in cui il greco Yorgos Lanthimos e il polacco Paweł Pawlikowski vengono nominati nella cinquina per la miglior regia agli #Oscars2019. Che il vento del cambiamento possa quindi portare ad un cinema europeo più forte e unito, non solo artisticamente.