"Tutti i battiti del mio cuore" di Jacques Audiard

 

tutti i battiti del mio cuoreDurante le prove in vista dell’audizione pianistica che forse gli aprirà le porta della redenzione, Tom forza la sua resistenza al punto di ansimare, di gridare forsennatamente alzando lo sguardo al soffitto: il dolore di varcare la soglia di se stessi, di trascendersi. Dalle note del divino Bach scaturisce prima un latrato animale, poi un urlo espressionista, come nel vituperato 29 Palms di Bruno Dumont: un cinema vertiginosamente attratto da altezze e bassezze, da angeli e bestie, quello francese, che Jacques Audiard e il suo cosceneggiatore abituale Tonino Benaquista tentano con generoso anacronismo di ancorare a qualche scheggia di noir esistenziale. Se il precedente Sulle mie labbra, con Vincent Cassel ed Emmanuelle Devos (qui presente nel ruolo di Chris) emanava un sospetto d’accademia troppo forte per sanguinare davvero, Tutti i battiti del mio cuore lascia scorrere almeno qualche rivolo sulla pelle di Tom, agente immobiliare e picchiatore di sans-papiers, cocainomane e bugiardo, vessato da un padre che è condannato ad amare. Quando un impresario amico della defunta madre pianista gli concede un’audizione, il nostro crede per la prima volta di sfuggire al destino biologico che lo lega la padre: smette di fare a botte, si dichiara alla moglie di un collega, prende lezioni da una giovane cinese che, manco a dirlo, non sa una parola di francese (è in scena la solita comunione non verbale delle anime). Ma tutto a va rotoli, e il destino torna a reclamare il suo tributo. È facile intuire quale senso della tragedia generazionale animasse l’originale Rapsodia per un killer di James Toback, girato nel 1978 come scia della cometa New Hollywood, e il cupo sentimento del riflusso che probabilmente impregnava quella pellicola. È altrettanto fatale che nel remake quel sottotesto così connotato storicamente cada, non integrato da una rilettura forte applicata al contemporaneo, e che quel vuoto non colmato spinga a chiedersi cosa il film, in fondo, abbia da dire. Di un pericolo incombente su ogni remake, il film di Audiard pare vittima esemplare. Il comando è affidato allora a Romain Duris, attore di Gatlif e Klapisch, che costruisce il film su un corpo attraversato da continue scariche elettriche e su uno sguardo sempre lontano, sempre alieno al pensiero. È lui a tenere in piedi il gioco fino alla conclusione, che è il punto più debole, e a farlo vibrare più dei traballanti, asfittici inseguimenti in cui Audiard lancia la mdp lungo i corridoi dei palazzi occupati, come una mosca sotto vetro. Oppresso da un calcolo tutto interno, il cuore ad orologeria di Audiard continua a battere.

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Titolo Originale: De Battre mon coeur s’est arretè

Regia: Jacques Audiard

Interpreti : Romain Duris, Aure Atika, Emmanuelle Devos, Niels Arestrup, Jonathan Zaccai

Distribuzione: BIM

Durata: 107’

Origine: Francia, 2005

"Tutti i battiti del mio cuore" di Jacques Audiard

Durante le prove in vista dell’audizione pianistica che forse gli aprirà le porta della redenzione, Tom forza la sua resistenza al punto di ansimare, di gridare forsennatamente alzando lo sguardo al soffitto: il dolore di varcare la soglia di se stessi, di trascendersi. Dalle note del divino Bach scaturisce prima un latrato animale, poi un urlo espressionista, come nel vituperato 29 Palms di Bruno Dumont: un cinema vertiginosamente attratto da altezze e bassezze, da angeli e bestie, quello francese, che Jacques Audiard e il suo cosceneggiatore abituale Tonino Benaquista tentano con generoso anacronismo di ancorare a qualche scheggia di noir esistenziale. Se il precedente Sulle mie labbra, con Vincent Cassel ed Emmanuelle Devos (qui presente nel ruolo di Chris) emanava un sospetto d’accademia troppo forte per sanguinare davvero, Tutti i battiti del mio cuore lascia scorrere almeno qualche rivolo sulla pelle di Tom, agente immobiliare e picchiatore di sans-papiers, cocainomane e bugiardo, vessato da un padre che è condannato ad amare. Quando un impresario amico della defunta madre pianista gli concede un’audizione, il nostro crede per la prima volta di sfuggire al destino biologico che lo lega la padre: smette di fare a botte, si dichiara alla moglie di un collega, prende lezioni da una giovane cinese che, manco a dirlo, non sa una parola di francese (è in scena la solita comunione non verbale delle anime). Ma tutto a va rotoli, e il destino torna a reclamare il suo tributo. È facile intuire quale senso della tragedia generazionale animasse l’originale Rapsodia per un killer di James Toback, girato nel 1978 come scia della cometa New Hollywood, e il cupo sentimento del riflusso che probabilmente impregnava quella pellicola. È altrettanto fatale che nel remake quel sottotesto così connotato storicamente cada, non integrato da una rilettura forte applicata al contemporaneo, e che quel vuoto non colmato spinga a chiedersi cosa il film, in fondo, abbia da dire. Di un pericolo incombente su ogni remake, il film di Audiard pare vittima esemplare. Il comando è affidato allora a Romain Duris, attore di Gatlif e Klapisch, che costruisce il film su un corpo attraversato da continue scariche elettriche e su uno sguardo sempre lontano, sempre alieno al pensiero. È lui a tenere in piedi il gioco fino alla conclusione, che è il punto più debole, e a farlo vibrare più dei traballanti, asfittici inseguimenti in cui Audiard lancia la mdp lungo i corridoi dei palazzi occupati, come una mosca sotto vetro. Oppresso da un calcolo tutto interno, il cuore ad orologeria di Audiard continua a battere.

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Titolo Originale: De Battre mon coeur s’est arretè

Regia: Jacques Audiard

Interpreti : Romain Duris, Aure Atika, Emmanuelle Devos, Niels Arestrup, Jonathan Zaccai

Distribuzione: BIM

Durata: 107’

Origine: Francia, 2005