Un magnifico e ophulsiano piacere… The Dreamers, di Bernardo Bertolucci

Come spesso accade per il cinema del regista parmense, non è mai ciò che appare a prima vista il cuore rivelatore dei suoi film… e questo film, più che un omaggio al passato, sembra essere una deliziosa dolce infinita carezza rivolta a chi, oggi, ha bisogno di provare a immaginarsi il futuro, riacquisendo il senso autentico e forte della speranza

E’ un curioso quanto inedito ritorno “familiare”, con la famiglia di nuovo al centro del contesto filmico (anche se nelle versioni più strampalate e assurde), il contesto attuale in cui arriva l’ultimo film di Bertolucci.  Non sembra un ritorno conservatore o, nuovamente, dissolutore. E’ come se dei rapporti familiari, quei legami che ci accompagnano sin dalla nascita, non se ne possa proprio fare a meno, anche se ormai inservibili, vacui e disperati. E invece è proprio la speranza, magari nelle vesti raccontate a suo tempo dal filosofo marxista Ernest Bloch, il cuore pulsante de I sognatori (The Dreamers) di Bernardo Bertolucci. Certo c’è la triade “essenziale” politica-cinema-sesso, vero asse scardinante del sessantotto, che Bertolucci, complice il romanzo di Gilbert Adair (che sceneggia) riproduce con grande scioltezza narrativa. Ma, come spesso accade per il cinema del regista parmense, non è mai ciò che appare a prima vista il cuore rivelatore dei suoi film, e questo The Dreamers può avere delle valenze molto diverse, a

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secondo di come ci mettiamo a guardarlo, di come ci poniamo di fronte allo schermo. La cinefilia viene omaggiata (“ci mettevamo nelle prime file per essere presi per primi dalle immagini”), tra un ’68 che sembra nascere dalla rivolta contro la rimozione di Langlois alla Cinematheque (con Bertolucci che scortica il rapporto fiction/ documentario attraverso l’icona di Jean Piere Leaud, che legge “da adulto” un arringa alla folla e, in bianco e nero, giovanissimo nei documenti d’epoca) e i giochi sui film che i tre giovani amici ventenni si ritrovano a fare nell’appartamento “tutto per loro” dopo che i genitori di Theo e Isabelle sono partiti. Borghesi figli di borghesi, studenti, con molto tempo a disposizione. Perché per fare la rivoluzione ci vuole, innanzitutto, tempo. Tempo da vivere, soprattutto. Ovvero voglia desiderio possibilità di un futuro. Ecco quello che spicca, nascostissimo tra le pieghe del racconto che sembra ammiccare allo spettatore come a volergli “regalare” un sessantotto mitologico. No. Non era così. Come racconta Adair: “Mio Dio ma eravamo veramente così ingenui, ci vestivamo veramente così male? Ma al tempo stesso mi sembra che sia stato il periodo più felice della mia vita…“.  Perché oggi, dopo “tutto”, dopo la “fine della storia”, la fine delle storie da raccontare (questo è un dramma maggiore, il vuoto dell’immaginario) le parole i gesti e le discussioni dei giovani di 35 anni fa appaiono lontane, lontanissime. E sembrano davvero banali. Come se il sesso liberato, il cinema “rigirato” e la politica rovesciata di segno ci fossero sempre stati. No. Non ci sono sempre stati.

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Semmai quello che mancava ai giovani di quella generazione, e Bertolucci appare implacabile nello svelamento del limite, è l’ironia, che invece divenne l’arma dei loro fratelli minori, poco meno di dieci anni dopo… Ecco che Bertolucci prende Theo e Isabelle, i due fratelli gemelli della famiglia parigina illuminata (il padre e’ un poeta, come Attilio…) e li unisce all’amico americano Matthew, che dopo aver superato le varie prove può finalmente diventare “uno di loro” (e non a caso Bertolucci cita Freaks, perché tali erano considerati i giovani allora, e oggi il termine freakkettone ce lo siamo dimenticati…), unirsi al gruppo di tre, numero perfetto, come in Band Apart di Gordard e Jules et Jim di Truffaut. E allora mentre la rivolta e la politica entrano solo a tratti nella casa-vita dei tre ragazzi, il cinema è tutto dentro, un gioco-cinema continuo, seducente e invasivo, luogo terminale della complicità totale dei loro, ancora innocenti, corpi. Niente che scandalizzi oggi, perché il mondo, noi, il cinema, è lontano mille miglia dalle atmosfere raccontate trent’anni fa sempre a Parigi in Ultimo tango. Oggi non scandalizza più nulla, tantomeno il sesso. Che infatti Bernardo non “usa” come grimaldello per scardinare le strategie della visione (ovvero per restituire piacere allo sguardo), ma come puro territorio della microstoria, quella privata (cioè politica!), che cambiò il mondo. Perché lo strumento in più di quella generazione, l’unico elemento tramandato di generazione in generazione senza, quasi, soluzione di continuità, non fu la rivolta contro lo Stato, l’economia capitalistica, o il colonialismo e le politiche internazionali. Fu la vita privata, il personale, e da allora in poi la famiglia (tornando al tema iniziale) è letteralmente deflagrata. Sostituita da un vuoto/ mancanza che schiude gli orizzonti, perché altre forme sociali di vita non hanno funzionato (o è la singletudine la felicità dell’uomo postmoderno?). Oggi Bertolucci vede una grande malinconia (beato lui, noi la chiameremmo tristezza…) nei ragazzi del nostro tempo, e questo film, più che un omaggio al passato, sembra essere una deliziosa dolce infinita carezza rivolta a chi, oggi, ha bisogno di provare a immaginarsi il futuro, riacquisendo il senso autentico e forte della speranza. Che poi il film diventerà un mito per i cinefili, pazienza. Noi a quelli lì abbiamo sempre preferito i mangiatori di film… Ma perché Bernardo non ha messo un qualsiasi ricordo omaggio al “mangiatore di film” per eccellenza, Enzo Ungari? Che avrebbe amato The Dreamers, ma non per il cinema, il sesso, la politica (che qui sono come l’aria e “respirano” tutto il film), ma per quel misterioso senso che ci attanaglia tutti (e tutti i sensi)…il magnifico e ophulsiano piacere.

 

 

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