(unknown pleasures) – "The Walker", di Paul Schrader

---------------- inserzione pubblicitaria ---------------

----------------------------------------------------------------

Scivola su scenari, corpi, oggetti, tempo, il nuovo film di Paul Schrader: The Walker, che venne presentato fuori concorso alla Berlinale 57 (dove Schrader era presidente di giuria come quest'anno a Venezia lo è della sezione Orizzonti al 70° Festival di Venezia),  thriller morale in apnea sull'intrigo da alta società statunitense che regge il plot. Film che slitta meravigliosamente sulla sua stessa materia visiva, ricoperto da una patina di opaca rilucenza che amplifica e dinamizza il rapporto del suo protagonista con il mondo al quale appartiene tangenzialmente. Come tutti i personaggi di Schrader, del resto, sempre collocati ai margini del loro stesso universo, portati a interagire con un ambiente ma costretti a differire negli esiti delle loro azioni. In The Walker la scena è offerta da Washington DC e dalla sua alta società politica: salotti, club e teatri in cui il protagonista, Carter Page III, è un punto di riferimento per più o meno giovani signore, mogli di politici e senatori che si affidano al suo braccio per essere accompagnate nelle serate di gala e nelle grandi occasioni. Non c'è scandalo, del resto, perché Carter Page III, rampollo di una famiglia di possidenti del Sud e discendente diretto di un glorioso uomo politico, è un notorio omosesuale, un dandy dai modi raffinati e snob, che veste con gli abiti di una estrema eleganza l'intima inadeguatezza rispetto alla figura paterna da tutti celebrata. Di giorno gestisce un atelier di tappezzeria, di pomeriggio gioca a canasta con le mogli dei senatori, la sera le accompagna a teatro e poi, di notte, smette gli abiti dell'alta società e raggiunge Emek, il suo uomo, un giovane artista di origini turche che elabora le immagini-shock di Abu-Graib.

---------------- inserzione pubblicitaria ---------------

---------------------------------------------------------------

Una volta di troppo, però, accompagna a un rendez-vois d'amore col suo amante segreto anche Lynn Lockner, moglie di un senatore liberal: Lynn trova l'uomo ucciso e chiede a Carter di tenerla fuori dall'inevitabile scandalo, assumendosi il rischio di denunciare al posto suo l'accaduto alla polizia. Ovviamente è il primo passo verso la rovina, il tipico atto di dedizione e perdizione che nel cinema di Schrader spinge l'eroe verso una catastrofe che è catarsi e decadimento allo stesso tempo. Vittima della sua stessa tensione morale, ovvero di quella lealtà verso un mondo che in realtà lo utilizza soltanto, Carter Page III è l'emblema di un'umanità costretta a fare i conti con la delusione costante delle premesse morali da cui cerca pure di partire. Schrader disegna il suo protagonista nella valenza esteriore dei suoi atti e ne dismette la verità apparente di fronte allo specchio della sua toilette, di notte, quando torna a casa e – restato solo, dopo aver riposto abiti e accessori in un ordine maniacale che sebra discendere direttamente dall'armadio di Julian Kaye in American Gigolo – si toglie la parrucca e mostra la prepotente calvizie nascosta al mondo. In bilico sulla falsa immagine che regge la sua identità di fronte, sospeso tra la percezione di sé e il peso costante dell'icona paterna, Carter Page III subisce il retaggio familiare che lo piazza in un mondo al quale vuole appartenere, ma cui non sente di appartenere.

E allora The Walkler è un film che sublima ogni stato esistenziale e percettivo in una dimensione di assoluta sospensione che galleggia su ogni possibile fuga, sulla dipendenza e sulla libertà, sul destino e sull'arbitrio. Un thriller in transito su una dimensione morale della realtà, in cui azioni e personaggi sambrano disegnati come un teorema sulla natura ambigua delle relazioni umane e sulla fragilità etica di una società tutta di facciata. Partendo dall'immancabile equilibrismo morale dei suoi film, tutti giocati sul dissenso tra la verità e la menzogna, Schrader mette in campo tutti i temi cari al suo cinema, soffondendoli in un fuori tempo che sembra quasi accarezzato dalla persistenza in colonna sonora della musica di Bryan Ferry. E poi c'è Woody Harrelson, che sospinge il film in una astrazione che fluttua sulla sua recitazione melliflua eppure vigorosa, sussurrata sul tono snob e flautato delle movenze gay dei suo personaggio.