Unrest, di Cyril Schäublin

Teorico e commovente, coglie ogni via di fuga ai bordi dell’immagine ufficiale rivendicando l’originaria centralità del cinema come dispositivo capace di (farci) riflettere sui tempi moderni. Concorso

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L’immagine tecnica della modernità come nuova misurazione del tempo. Unrest ha l’ambizione di fotografare un decisivo salto di paradigma della storia – ossia il profondo mutamento antropologico e culturale avvenuto a cavallo tra il XIX e il XX secolo – connettendolo magnificamente al nostro presente. Ma il regista svizzero Cyril Schäublin rifugge intelligentemente ogni discorso sui macrosistemi (il capitalismo industriale e la nascita dei nuovi stati nazione) scegliendo invece un singolo microsistema tecnico (l’orologio, anzi il minuscolo bilanciere che ne determina il funzionamento) e sociale (la piccola comunità di Saint-Imier in Svizzera) per riflettere sui nuovi modi di mediare l’esperienza del mondo. Siamo nel 1872, all’interno di una fabbrica che sta rimodellando la sua produzione in senso fordista per ottemperare alla crescente domanda di orologi. Il tempo, però, non è ancora divenuto “universale” ed è misurato secondo varie convenzioni locali (ben 4 a Saint-Imier!) gestite come ferrei dispositivi di potere che radicalizzano le diseguaglianze sociali. Ecco che la rivoluzione industriale (e dei turni di lavoro) crea come riflesso culturale la scintilla di una nuova coscienza di classe: Cyril Schäublin immagina che la figura storica di Pyotr Kropotkin – giovane geografo e filosofo anarchico russo, effettivamente residente in Svizzera nel 1872 – interagisca con la comunità di operai di Saint-Imier e in particolare con la giovane Josephine. La ragazza, del resto, ha la delicata responsabilità di inserire perfettamente il bilanciere nel corpo dell’orologio (unrest…) con movimenti ciclici e ossessivamente cronometrati dai datori di lavoro. Una metodologia che mette fuori gioco il fattore umano concependo nuovi bisogni e nuove urgenti domande identitarie ponendo la Svizzera al centro dei dibattiti libertari che si agitano nel cuore dell’Europa.

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Eccoci al punto. In Unrest il tempo non è solo un elemento narrativo funzionale alla storia e ai personaggi. Schäublin concepisce il “tempo” soprattutto come fattore estetico operando una radicale riflessione sulla nascente cultura visiva che proprio la coeva introduzione della fotografia stava producendo. Quell’apparecchio fotografico che da un lato diventa il mezzo decisivo per legittimare il nascente modello economico, ma dall’altro ha bisogno di tempi lunghi d’esposizione rendendo palesi i nuovi equilibri di potere: “lei deve attendere qui, non può passare, non può entrare nell’immagine!”, si sente spesso nel film. Ecco che le inquadrature fisse e in profondità di campo di Unrest agiscono come dispositivo di memoria a più livelli sovrapposti assorbendo composizioni e posture dall’origine del medium: dai tetti delle eliografie di Niépce alle prime vedute dei fratelli Lumière. Insomma, è come se tutto lo sforzo testimoniale del film – che va dalla rivoluzione industriale alle prime istanze anarchiche – avesse bisogno di un ultimo tassello emotivo per essere percepito come autentico: nell’inquadratura finale l’incontro tra Josephine e Pyotr Kropotkin segna un possibile futuro per la loro storia d’amore, ma soprattutto fa balenare il cinema come “primo movimento di macchina” verso la soggettività delle persone. Perché proprio il cinematografo, nato come figlio più fulgido dell’era delle macchine, riuscirà paradossalmente a rendere visibile l’animo umano nel freddo meccanismo dei nuovi assetti economici e politici del mondo. E oggi? Nel panorama mediale del 2022 Unrest ci appare un film lucido e teorico eppure umanissimo, perché ancora teso a cogliere ogni via di fuga ai bordi dell’immagine ufficiale rivendicando con ammirevole fiducia l’originaria centralità del cinema come medium capace di (farci) riflettere sui tempi moderni.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.2
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Il voto dei lettori
4 (8 voti)
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