VENEZIA 63 – "The Wicker Man", di Neil Labute (Fuori Concorso)

Remake di un film del 1973 senza sangue e senz'anima, pienamente in linea con l'inespressività di Nicolas Cage che conferma Labute come uno dei più grossi abbagli critici di questi anni. Alla fine però anche questo film ha la sua utilità: fa venire voglia di recuperare l'originale per dimenticarsi al più presto possibile di questo

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C'è un misconosciuto cult-horror inglese realizzato nel 1973. Si intitola The Wicker Man, è diretto da Robin Hardy e ha tra i suoi attori principali Edward Woodward, Christopher Lee e Britt Ekland. In questo remake di Neil Labute il ruolo del protagonista è affidato a Nicolas Cage nei panni di un poliziotto. Un giorno, questi riceve la lettera della sua ex-fidanzata Willow (Kate Beahan) che lo aveva bruscamente lasciato qualche anno prima in cui gli dice che sua figlia Rowan è scomparsa e lui è l'unica persona di cui si fida per ritrovarla. Edward così la raggiunge nel luogo dove abita, Summersisle, un'isola privata in cui è difficile arrivare, che è popolata da individui che seguono rigide regole di comportamento in cui il tempo sembra essersi fermato ed è governata da una matriarca, Sorella Summersisle (Ellen Burstyn) legata ad arcane tradizioni che culminano in un festival pagano chiamato "Il giorno della Morte e della Rinascita". Il poliziotto si da così da fare per ritrovare la ragazzina. In realtà è però caduto in una trappola.

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Forse non c'è più nulla di più estraneo di certe atmosfere degli horror britannici rispetto al cinema di Labute, eppure il suo film ha la presunzione e la sfacciataggine di farlo. L'isola non sembra essere uno spazio chiuso, delimitato da regole arcane, come era stato filmato per esempio da Weir in Witness-Il testimone ma viene inquadrato spesso in modo anonimo, con effetti di luce prevedibili e forse proprio per questo non si sente l'affanno della ricerca della bambina prima, né successivamente l'effetto del tradimento che la comunità ha sapientemente organizzato ai suoi danni. Ciò che è più imbarazzante però è come il cineasta hollywoodiano si sbarazza dell'ambiguità dei corpi-horror limitandosi a primi piani sui volti in cui l'anormalità è evidente soltanto nella loro immobilità. Ciò si può riscontrare in alcune figure come quello della maestra della scuola (con i suoi alunni che appaiono quasi dei pallidi replicanti dei bambini di Il villaggio dei dannati), quello di Lily (interpretata da LeeLee Sobieski) o della stessa Willow.

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The Wicker Man è un remake senza sangue e senz'anima. E non bastano per animarlo alcuni furbi giochetti cinefili come quello di chiamare il protagonista con lo stesso nome di quello del film del 1973, mentre il suo cognome è lo stesso di Willow e di sua figlia. Oppure non sono sufficienti per alimentarlo alcune variazioni come quello di far gestire questa comunità da donne mentre nell'opera di Hardy era governata da uomini; in quel film infatti il ruolo del signor Summersisle era interpretato da Christopher Lee. Labute filma lo spazio e il tempo con la stessa opacità di Possession e il suo viaggio verso l'ignoto, come nell'altro film, sembra non produrre alcun movimento. La presenza di Nicolas Cage poi contribuisce a peggiorare le cose. Forse però solo un volto così inespressivo poteva interpretare un'opera così inespressiva, conferma Neil Labute come uno dei più grossi abbagli critici di questi anni. Alla fine però anche The Wicker Man ha la sua utilità: fa venire voglia di recuperare il film del 1973 per dimenticarsi al più presto possibile di questo.

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