VENEZIA 65 – "Nowhere man", di Patrice Toye (Giornate degli autori)

Inaugura le visioni veneziane di “Giornate degli autori” Nowhere man di Patrice Toye, dimesso film belga che enfatizza l’assenza dei sogni e fotografa una realtà grigia dalla quale sfuggire. Tomas reinventa la propria esistenza, ritorna sui propri passi e recupera il rapporto di coppia che sembrava giunto al capolinea. Ancora una volta la cinematografia belga torna a raccontare una storia di solitudine con una punta di surreale messa in scena.

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Non c’è più spazio per i sogni nella realtà grigia e quotidiana è quindi necessario riservare uno spazio alla fantasia. Nel film di Toye, che ha esordito nel 1998 con Rosie, mai distribuito in Italia, il protagonista si reinventa la realtà denunciando la propria fragilità e uno stato di profondo distacco dal mondo che ricorda il Dino di La noia o certe atmosfere dei film di Antonioni, al quale la regista fa esplicito riferimento nelle proprie dichiarazioni a proposito del film. Dopo la fuga da una contemporaneità che lo opprimeva e da un rapporto di coppia che sembrava giunto al capolinea, Tomas sogna un’altra vita in un lontano paese tropicale, ma è la decisione del ritorno, dopo l’ennesima delusione in un’altra terra senza sogni, a trasformare in possibilità ulteriore la sua vita e forse a fare rivivere il rapporto con la moglie.

Non appare banale la riflessione che la regista belga conduce attraverso un film che fa della cupezza degli ambienti – e dove perfino i tropici appaiono smorti e privi di quella allegra vitalità che li caratterizza nell’immaginario collettivo – la cornice molto appariscente della storia. È la crisi esistenziale di Tomas a innescare il meccanismo di questa introspezione che da analisi personale si apre al ritrovato rapporto di coppia che caratterizza il finale del film costituendone di certo la parte più interessante. Tutto passa attraverso quella necessaria reinvenzione anche dei ruoli che trasforma i coniugi in amanti segreti, facendogli riacquistare, attraverso il segreto e consumato meccanismo della trasgressione, quella necessaria nuova e usata complicità che porta alla riscoperta del piacere.

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Non si tratta tanto di originalità, laddove infatti l’espediente narrativo che pur funzionando non appare particolarmente innovativo, quanto piuttosto delle modalità attraverso le quali l’autore ne realizza i contorni. Il mondo di Tomas, al ritorno, appare sotto una differente prospettiva e l’accoglienza, dapprima stupita e poi incuriosita, della moglie introduce quella punta di sadismo che si scioglie nella ritrovata intesa sessuale. L’isolamento forzato di Tomas diventa un nido d’amore surreale dal quale neppure Sara potrà sfuggire.

Non è nuova la cinematografia belga a queste riflessioni interiori basterà ricordare due titoli Tomas in love di Pierre-Paul Renders e Ben X  di Nic Balthazar che, entrambi, conducono la propria ricerca sugli stessi temi di Nowhere man. 

Se l’ansia e l’incertezza dei tempi ci obbligano ad avviare processi che si nutrono di un immaginario a nostra somiglianza, il pessimismo della Toye ci avverte evidenziando l’inutilità della fuga e la necessità di una quotidiana scommessa che metta in gioco di continuo le nostra vita.

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