VENEZIA 69 – “Cherchez Hortense”, di Pascal Bonitzer (Fuori concorso)

Cherchez Hortense
Dentro una segreta alchimia del cinema francese di questi ultimi anni vanno ricercate le ragioni per le quali questo Paese riesce a raccontare, con invidiabile efficacia, la commedia umana. Anche Pascal Bonitzer con Chechez Hortense confeziona un racconto in cui fatti drammatici della vita convivono con una insospettabile e sconosciuta levità. Il film, frutto di un cinema solido, mette i piedi per terra approdando dentro alla fisica del quotidiano, dimostrando la straordinaria forza narrativa degli stereotipi, lontano da qualsiasi eroismo che non sia quello del quotidiano

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Cherchez HortenseQual’è la segreta alchimia di un cinema francese che in questi anni è riuscito a raccontare con tratti decisi e pennellate leggere la vicenda umana e le sue debolezze, dentro le felicità d’ogni giorno e i piccoli o grandi dolori che formano le nostre esistenze? Questo racconto è diventato ormai polifonico, multivalente ed è avvenuto, con costante progressione, attraverso lo sguardo di vari autori che non hanno mai ricondotto il loro lavoro ad un unico modo guardare al cinema, ad una scuola dal chiaro impianto teorico. È vero che alle spalle di questa cultura odierna esiste quella di un passato glorioso, di una scrittura che si è sempre fatta mimesi commedia umana, in un luogo in cui il sentimento politico ha fatto della Francia il Paese dei rifugiati e un asilo per le libertà negate. Come diceva il più francese dei nostri autori di cinema (o almeno quello che in quei luoghi è il più amato tra gli italiani) tutto questo non centra, ma centra. Se proprio vogliamo potremmo anche fare dei nomi, i primi che tornano alla memoria in modo disordinato, facendo preventiva ammenda per quelli inconsapevolmente dimenticati: Philippe Lioret che ci tocca il cuore, Jacques Audiard che ci racconta della scossa necessaria per vivere, Robert Guédiguian che affonda le sue storie anche drammatiche dentro la parte leggera della vita, Laurent Cantet che ci fa scoprire il lato sconosciuto per un nuovo modo di intendere il cinema come impegno civile, Valérie Donzelli leggerezza e drammaticità come corpo unico, le sorelle Delphine e Muriel Cuolin esordienti ma con un film denso di ricchezza formale e di contenuto, per non parlare di Jacques Rivette, Olivier Assayas, Philippe Garrel, Bertrand Tavernier solidi maestri di un cinema in continuo divenire.

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Tutto questo per dire che Pascal Bonitzer, autore di Cherchez Hortense, si aggiunge alla lista sia con questo suo ultimo film, ma anche considerando i suoi lavori precedenti da regista e quelli, più numerosi, da sceneggiatore.

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La nota più evidente che il film di Bonitzer fa risaltare, in piena adesione al dettato che il cinema d’oltralpe sembra imporre come marchio d’autenticità è la capacità di confezionare un racconto in cui fatti drammatici e decisivi della vita riescano a convivere con una insospettabile e sconosciuta levità che traspare e diventa materia predominante del racconto. Questo risultato è il frutto di un lavoro minuzioso sulla sceneggiatura e sui personaggi, d’accordo, ma soprattutto è frutto di una attenta osservazione del giornaliero svolgersi della vita, di uno sguardo attento e magnetico su quella commedia umana che si vuole mettere in scena.

La separazione di Damien e Iva fa soffrire segretamente il figlio, ma le loro vite separate da tempo impongono questa soluzione. Il padre di Damien è un alto funzionario dello Stato e potrebbe risolvere la questione di Zorica cui necessita il rinnovo del permesso di soggiorno. Tra equivoci e coincidenze il film percorre la via di un credibile e presunto lieto fine.

Cherchez Hortense mette i piedi per terra approdando dentro alla fisica del quotidiano, dentro quello spazio che le nostre vite si ritagliano all’interno di una immagine pubblica, raccontando con fluidità i percorsi d’amore dei suoi protagonisti, senza pensare di raccontare mai l’amore eterno, ma quello complicato e faticoso che ci appartiene come uomini e come spettatori. Il film di Bonitzer lavora sugli stereotipi riuscendo a dimostrarne la straordinarietà. Gli stereotipi nel cinema quando sono bene utilizzati servono a tradurre quel bisogno e quel soffio vitale che trasforma l’opera d’arte in riflesso maestoso della vita privata di ogni epica, di qualunque falso eroismo.

Dentro questa voluta e routinaria quotidianità espressa e sottolineata anche attraverso il percepibile equilibrio nellaCherchez Hortense messa in scena se si bada al rapporto tra le sequenze girate all’aperto e quelle di interni, ritroviamo i temi del sociale che stanno a cuore ad un regista dalle radici cosmopolite, come egli stesso vuole precisare. La questione è quella dell’identità che può essere messa in discussione dalle autorità. Lungi dal potere essere assimilata ad una commedia dagli intenti politici, Cherchez Hortense, riesce ad inserire il tema all’interno di questo scenario, sempre credibile, paradossalmente accentuando i toni della commedia e lasciando in chiaroscuro il dramma che diventa occasione d’amore. Un cinema solido, di costante attenzione ai propri personaggi che sfuggono a qualsiasi banalità pur senza rappresentare nessun eroismo, che riesce a catturare l’emozione senza imprigionarla nel falso. Damien, un Jean – Pierre Bacri in ottima forma, è sempre un po’ trasandato, sua moglie Iva, Kristin Scott Thomas, è colta in un momento in cui si manifesta una sua instabilità dei sentimenti, personaggi soliti, in un contesto borghese che riescono a raccontare un piccolo pezzo di vita nel quale ci riconosciamo e che accogliamo piacevolmente nel nostro mondo.

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