VENEZIA 70 – "Che strano chiamarsi Federico. Scola racconta Fellini", di Ettore Scola (Fuori Concorso)

“Un piccolo ritratto di un grande personaggio”: come quegli stessi schizzi, abbozzati con leggerezza sui fogli. Quegli stessi “disegnini” che avrebbero rappresentato il primo punto di incontro fra le loro vite, nonché lo stesso mezzo (insieme ai racconti e alle prime rubriche) grazie al quale entrambi, solo a qualche anno di distanza l’uno dall’altro, sarebbero entrati alla rivista satirico-politica Marco Aurelio.

Nel momento in cui si tenta di racchiudere, di comprendere tramite le immagini la vita di un grande artista avendo avuto un contatto diretto con questo, il rischio maggiore è probabilmente quello di perdersi negli aneddoti meno impressivi,  risultare didascalici forse, legati a una visione d’insieme soggettiva e poco volta ad attrarre l’attenzione di chi non conosce approfonditamente la sua opera o non ha mai provato curiosità per le vicende reali, vissute nel corso degli anni, di questo o quell’artista.

Il rischio è probabilmente tanto più alto se si tratta di un grande regista. Risulta esponenziale se si tira in ballo un nome –e una vita- come quello di Federico Fellini.

Più che del documentario, Che strano chiamarsi Federico (che inizialmente avrebbe dovuto basarsi principalmente sui materiali d’archivio e che solo in un secondo momento ha acquistato la foggia personale del racconto) assume le sembianza di un omaggio gentile, privo della plausibile autoreferenzialità in cui sarebbe potuto incorrere un suo grande sodale, nonché collega illustre, come Ettore Scola.

Dai primi lavori presentati neanche ventenne, alla redazione del Marco Aurelio, agli incontri, certamente all’interno di quel panorama artistico e intellettuale che avrebbe alimentato largamente la vita culturale del nostro paese e dal quale sotto molti aspetti, dipendiamo ancora oggi, ma anche con tutti quelle vite che avrebbero composto il variopinto quaderno dei bozzetti ideale di una fucina creativa incessante e feconda come quella di Fellini.

E forse il merito più grande è proprio quello di saper prescindere da questa ricchezza, essere in grado di attingerne senza perdersi in spunti facilmente dispersivi.

Dunque saper creare un percorso, costellarlo di personaggi, reali e immaginari, ritrarli accanto al suo amico, magari nel corso dei lunghi giri in macchina che Fellini amava fare di notte per le vie di Roma.

Dall’incontro fra i due registi, ai numerosi lavori con l’amico comune Marcello Mastroianni, dalla scelta di spostare il proprio campo d’interessi dalla vita di redazione al mondo del cinema, fino allo scambio nella cornice del comune lavoro creativo, Scola celebra il grande maestro del cinema, non privandosi del piacere di partecipare a quella danza, di rivivere quell’atmosfera.